mercoledì 24 aprile 2024

25 Aprile: Liberazione

 25 Aprile. 

La festa della Liberazione

(dal nazifascismo).

Nella storia il 25 Aprile rappresenta 

la conclusione di uno scontro definitivo,

e sanguinosissimo, 

colmo di orrori disumani, indicibili, 

tra due visioni della vita/mondo.

Da una parte l'idea 

di una continua conquista,

da non interrompere, 

anzi da estendere, di libertà/dignità 

per ogni persona, 

dall'altra l'idea 

di una riduzione/sottomissione violenta 

della libertà delle persone 

alla volontà perfetta 

di un Capo Provvidenziale, 

nell'unità mitologica della Nazione/Razza.


La parola importante di questa festa,

oltre il dato storico, è Liberazione. 

La storia umana, con corsi e ricorsi,  

è proprio questo processo continuo 

di Liberazione. 

La Dichiarazione Universale dei diritti

 umani è il risultato ideale/reale 

del processo di Liberazione.

Definita, una volta per tutte, all'art.1,

la dignità della persona umana, 

sempre, comunque, dovunque, 

la Liberazione dal nazifascismo 

è stato il passo fondamentale 

per proseguire nel processo.

Il mondo, nel rispetto della dignità 

della persona, è vincolato,

almeno eticamente,

dalla Dichiarazione Universale 

a liberare tutte/i da ogni povertà, 

da ogni teoria/pratica di negazione 

di Liberazione, da ogni sistema

 istituzionale illiberale, da ogni guerra,

in quanto condizioni lesive della dignità.

La nostalgia dei tempi degli autoritarismi 

è fuori della storia e contro la storia.

La parola del presente e del futuro 

è una sola: Liberazione.

 

Severo Laleo

domenica 21 aprile 2024

Il 25 Aprile di Meloni, della Rai, di Scurati

 Quando un governo, 

con i mezzi a sua disposizione, 

attacca frontalmente un(') intellettuale

 senza intervenire 

nel merito delle affermazioni/idee, 

ma solo attaccando, 

in una qualsivoglia maniera, 

la persona, 

questo è proprio di ogni fascismo.

Chiunque sia al governo. 

O no?

Severo Laleo 

giovedì 4 aprile 2024

Il garantismo bislacco

 Il garantismo è sempre, in ogni situazione e per ogni persona, una forma di rispetto appunto per chi attende un "giudizio" dalla legge secondo norme chiare e trasparenti e alla pari tra le parti in causa.

Ma anche il garantismo ha i suoi limiti, non semplicemente di natura etica, ma di natura costituzionale, quando il "rispetto" è da riservare a chi esercita una funzione pubblica: "disciplina" e "onore". 

Chi esercita una funzione pubblica non perde il diritto a essere "garantito" nel suo percorso verso il "giudizio", ma deve rispondere alla comunità per i suoi comportamenti sul piano della "disciplina" e dell'"onore". 

Ora chi nel Parlamento dimentica/trascura di considerare, nel valutare la condotta politica dei suoi membri, la "disciplina" e l'"onore" è fuori di Costituzione; e per arroganza svuota il Paese (ah, la Nazione!) dei suoi valori fondanti la comunità: avrà comunque i giorni contati.

O no?

Severo Laleo

domenica 31 marzo 2024

I "sepolcri", i massacri e la ribellione civile

 Oggi, 29 marzo 2024, è il giorno dei "sepolcri". Era una volta una molto seguita tradizione religiosa (o solo di costume), almeno nei nostri paesi del sud, ai tempi della fanciullezza/ giovinezza, visitare le chiese. Almeno sette. Tutte particolarmente addobbate, di bianco, nei teli e nei fiori, mentre veli di un tetro viola coprono ancora il crocefisso. Oggi, 29 Marzo, per una strana senile nostalgia, ho ripreso quella tradizione, dopo tanti, tanti anni di assenza. Ho visitato tre chiese. Ancora tutte addobbate di bianco ma con più modestia. E le numerose presenze di una volta non esistono più. Non ho incontrato un/a giovane né una persona al di sotto dei 50 anni. Anzi, si può senz'altro dire, l'età media delle persone incontrate in chiesa, poche, è intorno ai 75-80 anni, soprattutto donne, ancora con tanta, sincera devozione, confermata con l'accensione di una candela: stona soltanto, nel silenzio di intima preghiera, quel clac metallico dell'euro cadente nel salvadanaio appena sotto le candele. 

È triste questo deserto ai "sepolcri", anche per chi non crede più. Scompare l'idea stessa, una volta diffusa, di una partecipazione sofferente in attesa di rigenerazione.

Non saprei dire, da questo, se è cambiato il mondo, almeno questo nostro piccolo mondo, ora che il Dio dei "sepolcri" non incontra più quella moltitudine di persone, anche giovani, in silenzio raccolte, fatto sta che il mondo tutto continua ad andare sempre avanti, muto di parola, per la sua tortuosa e folle strada, e non è cambiato, e i "sepolcri" sono incolpevoli: continuano le guerre, continuano i massacri, soprattutto di "civili", senza pietà: e le "ragioni" sono sempre nel segno della violenza e della vendetta: incivilissime! È un'umanità sbandata, senza nessun rapporto con la vita e il suo rispetto. 

E già le riverenti e in silenzio compunte folle religiose dei "sepolcri" di una volta, almeno nell'europa cristiano-cattolica, digerirono troppo facilmente, senza un'opposizione culturale e etica, la loro compatibilità con il nazi-fascismo e con i suoi orrori dell'Olocausto. Tanti, troppi, i volenterosi carnefici di Hitler, e soltanto una persona a non cedere sul piano dei valori cristiani: Franz Jägerstätter.

Oggi, nel marasma violento delle guerre, forte suona per la pace il grido di Bergoglio.

Sarà possibile una nuova "cena", un nuovo riunirsi a "convivio", senza che ne segua una morte terribile e feroce, anzi ne segua un impegno a ritrovare la pace tra le persone? Forse gli uomini, specie se maschi, oggi al comando, bloccati da un agire di stampo duellante e patriarcale, chiusi nell'ego del dominio, pare non siano in grado né di capire il dolore delle vite spezzate, di cui credono di avere la piena disponibilità (per quanto tempo ancora?), né di stabilire "rapporti di parola alla pari", alla ricerca di una necessaria solidarietà planetaria.

È una terribile sventura: ribellarsi contro la guerra è difendere la vita!

O no?

Severo Laleo

giovedì 21 marzo 2024

Sguaiataggine anche in Francia: il Macron muscolare

 Viviamo in tempi davvero miserandi, soprattutto in ambito politico, un po' dappertutto nel mondo, sia per la dimensione etico-culturale (schiava ormai di parole e proposte violente, specie contro i migranti: Trump su tutti, almeno nelle democrazie occidentali, e Sunak, e Meloni, e Orban, e... ), sia semplicemente sul piano dell'immaginazione/comunicazione.

E ancora più miserandi sono questi tempi, se un'immaginazione/comunicazione sguaiata e una rovinosa débâcle etico-culturale si accompagnano a pensieri sempre più insistenti di guerra. 

Ma che è successo così improvvisamente all'Europa? Perché in politica la smania di "apparire" forti e sicuri di sé è diventata così sfacciata, oltre il senso comune del rispetto, fino al limite della decenza? 

Ed ecco Macron "farsi vedere" tutto intento, muscoloso (non sarà mica una risposta al "femmineo" di quell'acuto senatore dei Fratelli d'Italia?), nell'atto di dar pugni a un sacco...dopo aver parlato di invio di truppe in Ucraina! Non era forse di Putin la propaganda muscolare? Deprimente, molto deprimente!

Resisteranno gli altri capi di governo in Europa, uomini e donne, a tenere un profilo pensoso dei problemi della collettività? A comportarsi con dignità almeno pari alla gravità delle situazioni? Si può avere qualche dubbio: comportamenti sguaiati istituzionalmente sono diffusi un po' dappertutto. (E viene in mente ancora la prova di penoso cabaret della nostra Presidente del Consiglio nel suo comizio finale in vista delle elezioni regionali in Sardegna; e, da ultimo, il suo gioco delle faccette alla Camera.)

Intanto, insieme ai muscoli di Macron, appaiono sempre più insistenti in Europa pensieri e parole di guerra. Si vogliono addirittura preparare i "civili" - proprio così si legge, i "civili"!- all'idea della guerra. Si dimentica facilmente, troppo facilmente, che l'umanità si può esaltare soltanto nella ricerca della solidarietà nella pace, nel convivere "senza massacrarsi". Non esiste altra possibile umanità futura!

Qui comunque si vuole continuare a credere (almeno a sperare) che il mondo delle persone immerse nell'agire/fluire quotidiano sia più avanti, per senso di civiltà/pace, di tanti giocatori della politica.

O no?

Severo Laleo


.

domenica 17 marzo 2024

Il nuovo nome della pace: "le guerre vanno fermate"

 Questa volta il Presidente della Repubblica,
Sergio Mattarella, ha scelto la Giornata dell'Unità Nazionale, della Costituzione, dell'Inno
e della Bandiera, una giornata cioè tutta "nazionale", per rilanciare, con profonda, sentita sincerità, ancora una volta, il suo messaggio di pace alla intera "comunità internazionale".

E non ha voluto tessere un inutile, ennesimo, elogio della pace, al contrario, ha scelto di non nominare la pace, ma semplicemente la condizione reale, concreta del suo esistere, con un perentorio "le guerre vanno fermate".


E con un ben chiaro progetto per il futuro:
"affinché si ripristini il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, a garanzia della vita di ogni popolo".


Sì, a garanzia della vita di ogni popolo!
Grazie Presidente.
Severo Laleo

venerdì 8 marzo 2024

8 marzo 2024...

... quest'anno sconvolte le Mimose 

gridano dagli alberi:


Non è tempo di festeggiamenti

È tempo di dolore imperativo 

Sollevatevi donne di tutto il mondo

Marciate forti per la pace 

Portate dappertutto la "parola"


perché gli uomini, questi uomini,

da sempre "muti" nelle armi,

sono inetti per la pace.

O no?

Severo Laleo

venerdì 1 marzo 2024

La scuola ha un solo compito: promuovere senza esclusioni libertà e conoscenza

 Mi è capitato di leggere su Oggi 
l'intervento di Fabio Fazio sulla proposta
di questo governo di riportare indietro 
nel tempo il sistema di valutazione
nella scuola elementare. 
E mi ha molto colpito, 
da veterano della scuola, 
trovare in un uomo, sia pure fine e colto, ma professionalmente immerso 
nel mondo dei "successi", una così profonda saggezza a proposito del ruolo della scuola nella formazione della persona. 
È vero, siamo abituati a vedere nella scuola (dove comunque esistono, spesso nascoste, tante, tante eccellenze) solo lunghi corridoi di aule con banchi, cattedra e lavagna all'interno delle quali si celebra, da secoli ormai, il rito di un far scuola, soprattutto a livello superiore, fondato sul trinomio lezione-interrogazione-voto, dove il voto rappresenta il punto finale più importante dell'intero processo. Un'assurdità. Eppure l'introduzione della Nuova Scuola Media, sul finire degli anni 60 (anni 60!), aveva spinto in avanti il nostro sistema scolastico: nuovi programmi, nuova didattica, nuova valutazione. Ma le resistenze a quell'idea 
di scuola aperta, su misura per tutte/i, "inclusiva", furono forti e continue, e ritornano, ora, con il ministro Valditara, ministro anche del "merito", un'entità ideologica declinabile a piacere.
Fabio Fazio, al contrario, con semplici osservazioni/intuizioni, riesce a cogliere 
il significato profondo della scuola e invita calorosamente il ministro a "fermarsi a riflettere".
Ecco, entrando nel vivo, stralci del suo intervento.
Fazio è molto preoccupato dell'intenzione del ministro di introdurre, già dal prossimo anno scolastico, il giudizio "gravemente insufficiente" nella scuola elementare, e scrive: " Signor ministro, non lo faccia, lasci stare. Introduca piuttosto insegnanti di sostegno, e in numero adeguato, nelle scuole di ogni ordine e grado. Che cosa potrebbe mai significare "gravemente insufficiente" per un bambino di sei anni, se non un trauma e una umiliazione? Trovo che l'idea di averci pensato sia drammatica. Perché mostra il dramma di chi evidentemente non si rende conto di che cosa sono oggi i giovani, da quale fragilità siano afflitti e di quanto sarebbe necessario invece costruire una scuola inclusiva che abbia il compito innanzitutto di rispettare i tempi di crescita di ciascuno alunno e di aiutarlo a scoprire le proprie passioni".
E continua Fazio: "Dalle elementari alle superiori, la scuola dovrebbe appassionare. Alla conoscenza, allo studio, alla scoperta del mondo e soprattutto di se stessi. I ragazzi hanno più che mai bisogno di essere ascoltati, accompagnati nel loro percorso di crescita in un tempo per loro difficile come quello che stiamo vivendo...
l'idea che la scuola efficiente sia fatta di lezione frontale, di valanghe di compiti per le vacanze, di verifiche e di stress, mi sembra anacronistica, una grande occasione sprecata...Una scuola che boccia e punisce rappresenta il fallimento della scuola. ... Cambi rotta ministro e faccia in modo che la scuola sia un luogo protetto e protettivo, in cui da sei anni fino alla maturità, ci si possa sentire non giudicati e in cui semmai si forniscono gli strumenti per imparare a giudicare. Anzi per comprendere più che per giudicare". 
D'accordo Fazio, anche se credo sia giusto aggiungere che la scuola di oggi, con tutte le note e dolenti carenze, sia ancora un luogo insostituibile di libera e critica formazione, grazie soprattutto all'impegno di tantissime/i docenti preparate/i e premurose/i. E non sarà una nuova "ideologia" a spingerla indietro.
O no?
Severo Laleo

Gaza, Guterres e i femminismi

 A Gaza non è in corso una guerra, è in corso un massacro. 

Tutte le autorità di governo nel mondo non possono più giocare a nascondersi, non possono più trovare giustificazioni a ogni azione di Israele sempre ricordando i fatti tragici e orrendi del 7 ottobre. 

Oggi le autorità di governo di tutto il mondo hanno un solo dovere: intervenire per bloccare questo massacro continuo oltre le operazioni di guerra. 

Forse qualche gesto forte e ampio potrebbe essere importante. 

Ad esempio, il segretario dell'ONU Guterres, incredibilmente inascoltato pur avendo sempre denunciato gli ingiustificati interventi di morte di Israele contro il popolo palestinese, potrebbe dare le dimissioni per aprire un dibattito ampio sul significato della "sicurezza" di ogni persona nel mondo, a prescindere da tutte le contingenze, nelle mani dell'ONU.

Non solo. 

E sarebbe anche necessario che tutti i movimenti femministi del mondo aprissero una breccia larga nel fortino della volontà di guerra/violenza degli Stati (dominati ancora da cultura maschilista, nonostante qualche leader donna) con rumorose manifestazioni internazionali per dire 

no all'uso della violenza/guerra, 

no a morte/distruzione in ogni parte del mondo, 

no alla corsa degli armamenti,

sì a investimenti cospicui nella diplomazia della "parola".

Non si più stare a guardare senza azioni.

O no?

Severo Laleo

giovedì 29 febbraio 2024

Il Male, la Parola, il Tempo...e la Pace

 Se, a sentir diffusa opinione, Putin

e non la Russia, è il "male assoluto", 

perché non si tenta, 

anche per il principio di proporzionalità, 

semplicemente di contenere, 

anche con calcolati accordi, 

questo "male" nei suoi sussulti 

per un po' di tempo 

almeno fino al suo scomparire? 

Dieci anni? 

E non si possono investire dieci anni,

non in corsa a nuovi armamenti,

ma in diplomazia della "parola

senza annegare il mondo 

in una guerra senza limiti e catastrofica?

La ricerca della Pace 

deve avere sguardo lungo, 

deve programmare un viaggio senza incidenti.

O no?

Severo Laleo

martedì 27 febbraio 2024

Il gran capocomico, gli epigoni e la politica

 Quis fuit...qui primus...

Sì, il primo è stato Berlusconi: riuscì, con la sua foga commerciale/manipolatoria, a combattere il  "teatrino della politica", a suo dire, proprio inventando, abilmente, la figura del politico/statista "capocomico", con un linguaggio, quando non violento, almeno di sorriso/garbo tra il sincero e l'affettato, ma per i più divertente, da barzellettiere.

Ora i suoi "figli" e la sua "figlia", diventati/a statisti, nel tentativo di imitare il gran capocomico, hanno riversato nel discorso politico l'arroganza oltre il limite, e la volgarità nell'aggressione dell'avversario, e la sguaiataggine dell'approssimazione, e infine le movenze gestuali e sonore dell'avanspettacolo.

Eppure, se il popolo non è semplicemente un plaudente spettatore, presto, forse, tornerà la Politica (e si spera, anche per gli Usa!).

O no?

Severo Laleo

domenica 25 febbraio 2024

Otto miliardi: dalla vita/pace alla morte/guerra

 Ma è vero che questo governo ha intenzione di spendere otto miliardi, otto miliardi, sia pure in più anni, per l'acquisto di carri armati con l'intento conseguenziale di incrementare gli orrori nei campi di battaglia? È vero? Otto miliardi?


Se è vero, è un'offesa a tutte le persone povere del nostro paese; con otto miliardi si sarebbe garantita la possibilità a persone in gravi difficoltà economiche di percepire un reddito per una vita dignitosa. 

Eppure quel reddito, una volta di cittadinanza, è stato subito strappato, con ideologico furore, alle persone in difficoltà per dare ora ai carri armati da guerra una continuità di morte.


La mente e il cuore si ribellano, non riescono a concepire tanta insipienza politica o tanta arroganza di forza.

Non è possibile negare miliardi alla vita per sperperarli nella morte. I carri armati restano sempre macchine di morte, 

anche in difesa.

Se un reddito di vita/cittadinanza è  strumento di sollievo nell'esistenza delle persone povere, l'acquisto di carri armati diventa comunque strumento di diffusione di morte. 


Scegliendo di spendere per armi,

continuando a dare una direzione bellico/militare al nostro bilancio, si rischia di non rispettare la Costituzione nel suo profondo impianto valoriale di pace dell'art. 11.

Se avesse l'Italia investito otto miliardi nel sostenere con mezzi adeguati la diplomazia per la pace, tante/i avrebbero compreso l'utilità corretta dell'impegno economico, perché investire nella pace, specializzandosi l'Italia come un paese di costruttori di pace, significa senza dubbio investire nella vita; con i carri armati si contribuisce solo ed esclusivamente a incrementare la morte.


Forse è ora per questo governo, un governo senza ragioni convinto della necessità di dotarsi di armi, di correre a nascondersi per questa scelta insensata di morte.

O no?

Severo Laleo

giovedì 22 febbraio 2024

Monocratismo vs bicratismo

 Leggo questo titolo/sommario su Domani:

Tutti maschi. Nei ministeri il potere decisionale è nelle mani degli uomini.

Il 58,8 per cento della pubblica amministrazione è formato da donne, pari a 3,2 milioni di dipendenti pubblici. Solo il 33,8 per cento però riveste un ruolo apicale. E nei dicasteri, tra i dirigenti e i capi dipartimento, sono una sparuta minoranza.


Tutto vero. E non se ne esce con le denunce, con le raccomandazioni, con l'obbligo di quote.


Sono necessarie riforme istituzionali capaci di trasformare nel profondo, e per sempre, il dualismo uomini/donne.

Fino a quando i "ruoli apicali", i capi, per usare una parola purtroppo acriticamente diffusa alla nostra cultura politica, saranno sempre dei "monocrati", continuerà a prevalere un potere sostanzialmente maschilista, a struttura di dominio, anche se all'apice c'è una donna.

Il monocratismo nelle istituzioni (e non solo) è l'esito storico del potere dominante maschile/patriarcale, non è una condizione "naturale".

Se si vuole combattere il "tutti maschi" bisogna sostituire il monocratismo con il bicratismo. 

O no?

Severo Laleo

domenica 18 febbraio 2024

Le scarpe dorate di Trump e la fine politica dei "venditori"

 Su ilfattoquotidiano.it si legge questo sommario, a didascalia del video di Trump nel sublime suo atto di presentazione, al suo pubblico, di scarpe dorate:

"Trump presenta le sue scarpe dorate davanti alla folla in delirio, tra cori di sostegno, insulti a Biden e ululati di disapprovazione".

Povera America, con tutte le sue contraddizioni. Ma più povera, se ancora molte persone riescono a "seguire", delirando nelle nuove scarpe, Trump, soprattutto dopo la condanna per frode negli affari.

Eppure a suo modo il mondo riserva sempre delle (belle) sorprese: dopo aver visto le scalate ai vertici delle istituzioni politiche della genìa dei "venditori", d'ogni tipo di merce, manipolazione delle parole inclusa, oggi, non saprei dire se per la prima volta, assistiamo, con Trump, al ritorno alle "vendite", e di oggetti o, in altri casi, di chiacchiere, da parte di questi piazzisti/statisti; forse, se quegli "ululati di disapprovazione" sono davvero il segno di un nascente e convinto impegno civile, questo nero ciclo fraudolento della politica è sul punto di chiudersi definitivamente. 

O no?

Severo Laleo

giovedì 15 febbraio 2024

Marco Damilano, Cutro e l'impegno civile

 L'aver ascoltato questa sera in TV 

Marco Damilano sulla tragedia di Cutro, 

pur al di là delle importanti notizie 

presenti nel suo  servizio, 

ha regalato, soprattutto a chi abbia voglia 

di capire, in un paese di "impauriti", 

il respiro dell'impegno etico e civile, 

per fortuna non completamente perduto.

 Anzi, nel suo caso, dichiarato 

nella sua continuità. 

Bravo Damilano!

Cutro, se griderà la verità, cambierà

davvero il nostro Paese, 

più di ogni altra azione/iniziativa politica. 

Forse basterà solo aspettare pazienti.

O no?

Severo Laleo

mercoledì 14 febbraio 2024

Se l'Altro non sei tu, è la fine: violenza vs parola

 Se chiedi il cessate il fuoco a Gaza,

ti danno dell'antisemita

(svuotando così di tutto l'orrore

 l'antisemitismo),


se chiedi di garantire aiuti a Gaza,

ti dicono di sostenere i terroristi

(confondendo così le parti e le persone),


se chiedi trattative di pace,

ti schieri con chi vuole impedire a Israele 

di difendersi

(negando così in sé il senso di "pace"),


eppure è semplice:

in verità si chiede solo di rinunciare 

alle armi della violenza,

con il seguito di morte e distruzione,

e di sperimentare/esercitare

sempre dovunque comunque

l'arte umana della parola.

O no?

P.S. Forse l'ampio, il troppo ampio, potere nelle mani dei "maschi", di ogni parte, spessissimo impazienti e muti di "parola", non aiuta.


venerdì 2 febbraio 2024

"Funzionari" lungimiranti vs miserando "potere politico"

 Se la "marcia" del 6 Gennaio 2021 di Trump su Capitol Hill non ha sovvertito il risultato elettorale è stato anche, e forse soprattutto, grazie a onesti "funzionari" (Deep State?), costituzionalmente corretti e leali, e di entrambe le parti politiche, a ogni livello, dai "dirigenti" responsabili della regolarità del conteggio dei voti, alle "guardie" a tutela dell'integrità del Congresso. In sintesi, il gruppo di potere, devoto (per personali profitti) al grande "capo", ha tentato, con tutti i suoi strumenti di prepotenza, di stravolgere il risultato elettorale, ma ha incontrato, è pur vero, un altro gruppo di "funzionari servitori" pronti a lasciar solo il "capo" se questi si pone contro la "legge".

E questo è già successo a difesa dell'attuale livello/stato (ancora imperfetto, e molto) di democrazia presente in occidente. Ecco, i "funzionari" hanno espresso della democrazia una visione lungimirante rispetto alla visione proprietaria del potere di un "capo".

Oggi si viene a sapere di un documento sottoscritto da oltre 800, tra diplomatici e funzionari americani ed europei, un documento definito "transatlantico" - riporto quasi integralmente dal quotidiano "Domani"- in cui si accusa "Israele di «gravi violazioni del diritto internazionale» nella risposta militare nella Striscia di Gaza all'attacco di Hamas del 7 ottobre. I funzionari chiedono ai loro governi una reazione più decisa. Altrimenti, riporta la Bbc che ha ottenuto il testo, c'è «il rischio di rendersi complici di una delle più gravi catastrofi umanitarie del secolo»: fino, potenzialmente, a scenari di «pulizia etnica e genocidio».

Se negli Usa i "funzionari statali", avendo interiorizzato i valori costituzionali, hanno difeso la democrazia, oggi i "funzionari transatlantici', avendo interiorizzato i valori della Dichiarazione universale dei diritti umani (e non solo), si espongono, con onestà e coraggio, a difesa della dignità umana, sia per evitare la catastrofe del genocidio, sia per tenere sempre aperto un varco all'(inevitabile?) processo di civilizzazione dell'umanità.

O no?

Severo Laleo


domenica 28 gennaio 2024

Quella donna: la dignità dell'abbandono e la società della cura

 Al di là di ogni problema di correttezza dell'informazione (rapporto tra privacy, notizia/immagine), in molte/i abbiamo visto una donna, "quella donna", accompagnare, in carrozzina, un/a neonato/a (sua/o figlia/o?) in ospedale per abbandonarlo/a. 

Le immagini di "quella donna", apparsa confusa e determinata nei suoi passi, sono state, da parte di tante/i, viste con l'occhio o di chi comunque vuol colpevolizzare o di chi semplicemente intende difendere il diritto alla privacy, a prescindere. 

Forse è mancata una riflessione sul gesto in sé e sul suo significato.

Ebbene, "quella donna", in quel video, mostra una sua sicura dignità, la dignità di chi sa di aver fatto sì un'azione gravemente penosa e dolorosa, ma anche un'azione coraggiosa e giusta. 

Siamo abituate/i a vedere nell'"abbandono" un gesto negativo, di rifiuto e di mancanza d'amore. 

Ma non è così (almeno non sempre). 

"Quella donna", con il suo coraggio aperto e con la sua dignità, sa, al contrario, che figli e figlie "appartengono" non solo ai genitori, ma anche alla società. Sa, "quella donna", che, se da sola non può farsi carico di quel bambino o bambina, sia la società a farsene carico. E a suo modo chiede aiuto chiamando in causa la comunità e ad essa affidandosi, perché "quella donna" sa che una comunità è in grado di esprimere/realizzare un'idea di cura.

"Quella donna" con il suo gesto grida a noi che chi non può dare cura, la chieda, con silenzio e "amore", ad altri soggetti. In sicurezza, senza gesti di violento abbandono, senza paura di altro, in civile confidenza sociale, in attesa di accoglienza.

Siamo noi, la società, a evitare di colpevolizzare chi è "in difficoltà", e a provare di diventare una "società della cura". A volte, al contrario, specie oggi, sembriamo sordi, se non malvagi, nei confronti di chi si trova bisogno.

Eppure, se noi diventiamo una "società della cura", con leggi da "società della cura", la nostra civiltà compie un passo avanti nel suo percorso di civilizzazione.

L'immagine di "quella donna" quasi svela un'immagine del futuro: esiste sì la persona "sola", ma esiste anche una comunità delle persone e quest'ultima sa/saprà sempre prendersi cura di chi per un qualche/qualsiasi motivo sia nel bisogno. 

Forse l'individualismo particolaristico, localistico, "meritevole", schiavo, escludente, avaro e punitivo di questi nostri tempi di insopportabili e carezzate disuguaglianze non può rappresentare il futuro. 

O no?

Severo Laleo

sabato 27 gennaio 2024

Giorno della Memoria

 Quando un potere politico può decidere, 

in un modo o nell'altro, 

del diritto alla vita di interi gruppi 

di persone, 

lì s'annida il nazifascismo, 

lì cresce il "dittatore",

lì si pratica l'"oltraggio", 

lì nasce l'orrore, 

lì è la Shoah, 

lì muore l'"umanità". 

Anche senza l'odio, 

spesso è solo per "ripulire" il nostro orto. 

È già successo, non dimentichiamo. 

E riflettiamo per il futuro.

O no?

Severo Laleo


venerdì 26 gennaio 2024

Il culto del capo è il culto del mocratismo. In attesa del bicratismo

 Le parole di Mattarella per la Giornata della Memoria sono forti, chiare e condivisibili: "Il culto della personalità e del capo sono stati virus micidiali, prodotti dall'uomo, che si sono diffusi rapidamente, contagiando gran parte d'Europa, scatenando istinti barbari e precipitando il mondo intero dentro una guerra funesta e rovinosa". 

Perfetto! Eppure, il culto del capo è anche il culto dell'istituzione in sé del "capo", cioè di un'istituzione in sé monocratica; in una parola, è il culto del monocratismo (e il mondo è pieno di monocrati e aspiranti monocrati: Trump, il nuovo premier figlio del "premierato", solo per fare due esempi a noi "prossimi"). 

E perché è ancora affidato, in molte parti del mondo, sia pure con differenti sistemi di pesi e contrappesi, il "governo" a una figura monocratica? 

Ha il monocratismo una sua origine, una sua storia culturale? Non è forse figlio di un potere nato, cresciuto, alimentato da una cultura maschilista? Non è forse il vincitore di un duello tra maschi? 

Forse il bicratismo risponderebbe meglio a una visione moderna e inclusiva e estesa della democrazia. L'organizzazione del potere non può non corrispondere all'universo mondo di uomini e donne, e non può non essere a "due". 

Forse i femminismi dovrebbero dedicare molto più spazio a riflessioni sulle possibili riforme istituzionali a misura di genere.

O no?

Severo Laleo

martedì 23 gennaio 2024

Sunak e seguaci (Governo Meloni) aprono strade alla fine della civiltà della persona

 Una fondamentale lezione/riflessione ha lasciato a noi, persone europee, con profondità di pensiero e chiarezza di parole, Stefano Rodotà quando assegna al nuovo millennio l'inizio della "rivoluzione della dignità".

"Se voi leggete il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea -scrive Rodotà- , trovate un’affermazione molto impegnativa: «l’Unione pone la persona al centro della sua azione». Ma non è una persona qualsiasi: è la persona qualificata e individuata in primo luogo attraverso la sua dignità. Voi vedete che c’è una trama ricca dietro il discorso sulla dignità: c’è la libertà, c’è l’eguaglianza, c’è la libera costruzione della personalità, e dunque dell’identità di ciascuno di noi, c’è l’autodeterminazione. È un crocevia, la dignità, che ci consente di guardare più a fondo nel sistema giuridico e nell’organizzazione della società e questa associazione con altri riferimenti, con altri principi, ci aiuta a cogliere meglio il tema della dignità."

Eppure, proprio in Europa, Sunak, un uomo d'affari e di governo, rilancia, seguito senza vergogna dal governo italiano, la sua idea di "deportazione" di persone in centri esterni di accoglienza e rimpatrio (Ruanda, Albania). E chiarisce: «Dobbiamo interrompere il modello di business delle gang criminali, decidere noi, non loro, chi entra nel nostro Paese. E se questo ci richiederà di aggiornare le nostre leggi e di avere conversazioni a livello internazionale per creare un framework sull’asilo politico dobbiamo farlo. Dobbiamo applicare il radicalismo al tema dell’immigrazione illegale e non mettere la testa sotto la sabbia. Andate a Lampedusa, dove il 50% degli immigrati è arrivata quest’anno: non è più sostenibile, non è corretto ed è immorale».

E così, per una torsione "radicale", immorale diventa l'arrivo, e non la deportazione, di chi fugge dagli stenti per un'altra possibilità di vita.k

Il progetto di Sunak, e dei suoi seguaci entusiasti, incoraggia, senza più remore morali, un passaggio pericoloso e decisivo verso l'annullamento della "civiltà della persona": a chi fugge dagli stenti viene negata la "dignità".

Secoli di cultura umanistica e scaffali pieni di testi etico-giuridici e costituzionali, con dichiarazioni solenni incorporate, vengono ignorati/cancellati trasformando la persona, e la sua dignità inviolabile, in un oggetto/pacco postale extraeuropeo trasportabile ad libitum fuori d'Europa. Ecco il conservatore Sunak, difensore della patria! Ecco i suoi patrioti alleati: una tristezza infinita!

O no?

P.S. La storia del mondo è anche una storia dolorosa di migrazioni: forse è ora, se non si vuole negare la civiltà europea, di garantire/restituire dignità a chiunque migri. 

venerdì 19 gennaio 2024

Le donne PD a Elly Schlein: no al monocratismo del leader, sì alla responsabilità femminista per la parità assoluta (bicratismo) e per la pace

 


Leggo su "Domani" l'appello di un gruppo di donne PD a Elly Schlein. Condivido pienamente e trascrivo di seguito l'appello, integrandolo con qualche riflessione (in corsivo) propria di questo blog.



Carissima Elly,

ti scriviamo per offrirti la nostra riflessione per un Pd partito comunità 

(una comunità viva contro ogni forzatura leaderistica: il leaderismo è figlio del maschilismo ed è oggi il grimaldello - vedi Trump- per affondare la democrazia, sia pure con il voto, in una pericolosa/violenta/divisiva autocrazia)

 porti più donne in Europa.

Le prossime elezioni per il Parlamento europeo saranno determinanti per il futuro dell’Unione europea: tra conflitti e riforme, traguardi raggiunti e altri ancora da completare, i prossimi cinque anni saranno centrali per la sua stabilità nei prossimi decenni. L'Europa è comunità di destino, il nostro obiettivo politico e istituzionale più ambizioso e per questo le elezioni europee sono per noi da sempre un momento di confronto politico alto e un appuntamento fondamentale, non secondario.

Il Partito Democratico nel Parlamento Europeo, in questa legislatura che si sta per chiudere, è stato il perno del gruppo Socialisti & Democratici incarnando con coraggio e audacia le lotte democratiche e progressiste. Un risultato da rivendicare e reso possibile grazie ad una pluralità di personalità e ad un peso consistente delle donne all’interno della delegazione. A livello europeo, infatti, ad oggi il Partito Democratico esprime rilevanti funzioni istituzionali ricoperte da donne e la delegazione Pd nel Parlamento europeo è composta da nove donne su sedici componenti (il 55%). Un esempio di parità di genere applicato alla politica da rivendicare con orgoglio, 

(sì, da rivendicare, senza inutile orgoglio, ma con pienezza di convinzione e determinazione politica: è ora che diventi legge la parità assoluta uomini/donne nelle istituzioni rappresentative e anche nelle sedi di governo, perché è "cosa buona e giusta"😉

un’esperienza ricca e fruttuosa da proseguire. La grande forza, le competenze, i talenti e la visione delle donne Democratiche stanno lasciando il segno in un’istituzione fondamentale per il destino dell’Unione europea e del nostro Paese. Un risultato da rivendicare e da consolidare, tanto più perché, per la prima volta, il Pd affronta l’appuntamento elettorale delle europee con una guida femminile e femminista 

(è ora di portare, nel riformismo istituzionale, la riflessione femminista, al fine di individuare nuovi modelli, non più leaderistici e maschilisti, di istituzioni politiche e di governo, ad esempio il "bicratismo", e nuovi modelli di relazioni internazionali per aprire nuove strade alla "pace perpetua"),

la tua. Siamo un partito plurale di donne e di uomini, la nostra forza sono la nostra comunità, i nostri valori, la nostra storia, la convinzione che il contributo di ciascuna e ciascuno sia prezioso, come altrettanto preziosa è la lealtà che contraddistingue il nostro dibattito interno.

Da giorni i media discutono di una tua ipotetica pluricandidatura alle prossime elezioni per il Parlamento europeo.

Pur non avendo riscontro di quanto questa ipotesi sia fondata, le firmatarie di questo documento, avendo fatto delle battaglie di genere il fondamento del proprio agire politico, non possono esimersi dall'evidenziare le molteplici conseguenze negative che questa ipotesi avrebbe sulle candidature femminili e sull'immagine complessiva del Partito Democratico.

Sul piano simbolico, preme sottolineare che la natura plurale e democratica del nostro partito mal si confà con una scelta che sembrerebbe rincorrere il leaderismo della destra di Giorgia Meloni, che certamente non si preoccupa di agire in contrasto con l'etica femminista della responsabilità concorrendo per un ruolo che poi non potrà esercitare effettivamente e con il rispetto del voto degli elettori e della dignità delle assemblee elettive. 

(Perfetto!) 

Non meno grave sarebbe il conseguente spostamento dell'asse dello scontro politico dal piano dei valori e dei contenuti al riduttivo piano di una contesa “rosa” che nulla ha a che fare con la nostra visione di società e di Europa.

(Non esiste contesa "rosa": la contesa in sé, specie di quel tipo, tra leaders tuttofare, riduce la "comunità" politica a massa gregaria.)

In ultimo, considerando le conseguenze concrete sulle candidature femminili, verificate purtroppo in tante altre occasioni elettorali, è un dato di fatto che proprio la candidatura della prima segretaria del Pd, specie se plurima, determinerebbe il paradosso di costituire una mannaia per il meccanismo della parità di genere in sede elettorale, comprimendo la possibilità concreta per le nostre candidate di essere elette. Non possiamo correre il rischio di portare meno donne nel Parlamento europeo proprio quando alla guida del Pd c’è una donna e una donna femminista.

(Verissimo!)

Elly, tu rappresenti già il riferimento pubblico per il Partito Democratico e la tua indubbia attrattività elettorale può essere generosamente spesa in misura più compiuta affiancando nella disputa elettorale le candidature delle donne e degli uomini espressione dei territori.

Bigini Morena, Portavoce regionale Umbria

Bonganzone Lucia, Coordinamento Nazionale uscente

Bruno Bossio Enza, Coordinamento Nazionale uscente

Ciampi Lucia, Coordinamento Nazionale uscente

Costa Silvia, Coordinamento Nazionale uscente

Esposito Teresa, Portavoce regionale Calabria

Fanelli Micaela, Consigliera regionale Molise

Fasiolo Laura, Coordinamento Nazionale uscente e Consigliera Regionale FVG

Fioretti Floriana, Coordinamento Nazionale uscente

Fornaciari Donatella, Coordinamento Nazionale uscente

Gentile Milena, Portavoce regionale Sicilia

Incostante Mariafortuna, Coordinamento Nazionale uscente

Longano Mary, Coordinamento Nazionale uscente

Longhi Claudia, Portavoce regionale Veneto

Malpezzi Simona, Coordinamento Nazionale uscente

Meloni Simona, Consigliera regionale Umbria

Paglia Maria Luisa, Coordinamento Nazionale uscente

Palmeri Adriana, Portavoce Provinciale Palermo

Panei Lorenza, Portavoce regionale Abruzzo

Pezzopane Stefania, Coordinamento Nazionale uscente

Salmaso Raffaella, Coordinamento Nazionale uscente

Sileo Lucia, Portavoce regionale Basilicata

Toma Anna, Portavoce Provinciale Lecce

Valente Valeria, Coordinamento Nazionale uscente

Vallacchi Roberta, Consigliera regionale Lombardia

Vinc

enti Antonella, Portavoce regionale Puglia


mercoledì 17 gennaio 2024

Monocratismo o bicratismo per il futuro della democrazia

 Negli Stati Uniti la democrazia è arrivata a un bivio.
Se si volge un po' l'attenzione agli esordi della campagna elettorale,
in questo inizio del 2024, ci capita di notare messaggi di propaganda
elettorale, in entrambi i campi contrapposti, di questo tipo: da una parte,
quella trumpiana, si crede in un Dio che ha creato il "Trump", dall'altra,
quella democratica, si crede comunque che lo stesso Dio abbia creato,
al conrario, il "Dittatore", trasformando così un confronto democratico,
nel quale sono coinvolte persone, interessi e gruppi sociali,
in un pericoloso scontro tra "capi", l'uno dittatore, l'altro democratico.

Nessuna/o, o quasi, ragiona sul fatto che l'idea di difendere
la democrazia a suon di "capi", diventa la sconfitta della democrazia
stessa. La democrazia ha un punto molto debole proprio nel fatto
di dare/affidare a un "capo", a un "uomo solo al comando",
molti poteri decisionali, al di là dei pesi e dei contrappesi a disposizione.
E spesso la maggior parte dei "capi" (oggi è il turno di Trump),
anche quindi nelle democrazie occidentali del liberalismo,
soffre di una narcisistica tendenza al dominio assoluto, fuori controllo,
come la storia ha abbondantemente dimostrato; e un tal "capo",
superbamente catturato da un suo forte consenso elettorale
che pure è solo temporaneo, provvisorio, spesso fideistico
(è di nuovo il caso di Trump), crede di poter andare oltre i limiti
della "civiltà democratica", innescando con comportamenti violenti
altri violenti comportamenti.

Bisogna aggiungere altro per dire basta con il monocratismo,
cioè con un tipo di democrazia, sia pure basata sul consenso elettorale,
che si affida a un "capo", a un "monocrate" per trovare le strade
per la soluzione di sempre più complessi problemi di vita sociale?
Perché non rompere con l' "uno" e affidarsi invece ad una "coppia",
magari a un uomo e una donna insieme, che rappresenterebbero
più veritieramente l'universo sociale?

Anche la assemblee elettive covrebbero rappresentare più correttamente,
sul piano dei numeri, il mondo delle persone: non è possibile continuare
a eleggere in assemblee rappresentative uomini e donne
secondo una distribuzione casuale; assemblee di dibattito decisionale
e istituzioni di governo dovrebbero essere sempre costituite da uomini
e donne in pari numero. Si tratta di misure da studiare per rinvigorire
una democrazia al bivio: da una parte, continuando con la cultura
monocratica, figlia diretta del maschilismo, del "capo", prepotente
e provvidenziale, dall'altra, ragionando di una possibile cultura bicratica,
figlia di un pensiero duale, dell' uno/a insieme all'altro/a,
in un continuo confronto democratico.
O no?
Severo Laleo

domenica 10 dicembre 2023

Il premierato: ritorno istituzionale del maschilismo. E i femminismi?

Ogni tanto in Italia si lancia, con titoli roboanti, definitivi,
e senza un significato sensato, da Craxi, a Renzi, a Meloni,
per citare i casi più chiassosi, una proposta di riforma
istituzionale con l'intento di garantire la stabilità dei governi,
ma non si dice mai che per "stabilità dei governi" s'intende
la "stabilità al governo" semplicemente di un/a leader.
In pratica, se un/a leader è eletto/a dal popolo, per questo semplice
fatto, di per sé, diventa garante di stabilità. Non è così!
In realtà la stabilità (che può avere risvolti sia positivi, sia negativi)
dipende da molto altro. Dal 1948 in poi, pur nel continuo cambio
dei nomi dei Presidenti del Consiglio, per quasi cinquant'anni,
le maggioranze di governo del paese hanno rappresentato
una stabilità sconfortante!

Le illusioni della semplificazione dei processi decisionali -e
oggi è la volta del "premierato"- sono ricorrenti nella nostra storia
politica (a che servono -si potrebbe ora dire di nuovo- i/le parlamentari,
bastano i capigruppo!), e per quanto sembrano presagire
la possibilità di un potere diretto e straordinario di un "capo",
in realtà non tengono conto del fatto che la storia svolge
il suo corso, a prescindere dalle volontà di chi crede di imprimerle
la sua impronta, e spesso nel conflitto tra i poteri"nasce
l'imprevisto/imprevedibile del nuovo. 
Si spera un nuovo più avanzato!

Questa proposta di riforma costituzionale, priva in tutta evidenza
di un qualunque progetto di innovazione strutturale nel corpo
complessivo delle nostre istituzioni politiche, risponde solo
a una pericolosa illusione di gestione del potere di natura
contingente e strumentale, attraverso la quale si chiede al "popolo"
stanco dei "giochi della politica" di affidare a un "signore"
il compito di "dominare" riottosità, dissensi, contrasti e istanze
minoritarie per il bene superiore della stabilità dei governi.
Insopportabile (ingenua?) falsità.
Eppure, se a questa proposta di riforma manca un respiro
etico-politico e culturale, non significa non abbia una sua
derivazione e una sua "ideologia".
ll sostrato culturale del premierato, in una parola, è sempre
e solo il maschilismo, non altro (al di là della "forza" del potere),
l'idea cioè dell'uomo/donna solo/a al comando con il suo conseguente
esito istituzionale: il monocratismo. E non si riesce a capire
perché la cultura femminista, pur nel suo complesso e variegato mondo,
non riesca, e non sia, mi pare, ancora riuscita, a proporre 
le "sue" riforme istituzionali, rompendo con la tradizione maschilista
del potere, fonte non solo di dominio leaderistico (l'idea salvifica,
provvidenziale, stabilizzante del "capo" solo al comando),
ma anche di tentativi rozzi e beceri (per ora) di riduzione
della democrazia liberale (eclatante il caso Trump!).

La democrazia liberale, con tutti i suoi limiti, appare assediata 
e, confusa e frastornata, sempre più incapace di controllare
l'esplosione delle disuguaglianze sociali, sbanda verso regimi
populisti o a monocratismo avanzato (democratura?)
Forse è il caso di tener ferma la barra, culturalmente e politicamente,
sulla nostra Costituzione, la sola (forse) ancora capace di generare
forme avanzate di democrazia liberale e sociale. 
Il premierato è la contorsione ideologica di chi è contrario/a 
all'estensione dei processi democratici verso forme sempre 
più inclusive e sovranazionali.
O no?
Severo Laleo




Follia: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il veto degli USA al "cessate il fuoco" a Gaza.

 

10 dicembre 1948-10 dicembre 2023: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compie 75 anni. 

E forse è ancora poco conosciuta dalla popolazione mondiale. E non solo è poco conosciuta, ma pochissimo praticata da quanti hanno responsabilità politica.


A scuola, anche se viene ritualmente celebrata/ricordata la giornata del 10 Dicembre, non sempre si dà la dovuta importanza al testo. In verità, eccezioni esistono. Un esempio? Qualche decennio fa, se non ricordo male, in un liceo, credo scientifico, dell'area fiorentina, la dichiarazione universale dei diritti umani veniva letta ogni anno il 10 dicembre in 

un'assemblea generale degli studenti e ogni anno veniva distribuita agli studenti una copia della dichiarazione; cinque anni, cinque copie della dichiarazione e cinque volte la lettura della dichiarazione e ogni anno letta/vista (si spera con buon profitto da parte delle nuove generazioni!) tramite inviti ad esperti e tramite film, con una sottolineatura diversa: ora la guerra/pace, ora l'emigrazione/immigrazione, ora la libertà politica, ora la dignità umana. 


Sì, la dignità umana. Se la dichiarazione universale dei diritti umani ha avuto un ruolo nella storia della cultura mondiale è quello di aver affermato, una volta per tutte, solennemente, per tutti gli esseri umani, l'insopprimibile dignità della persona. Ogni persona ha la sua dignità e questa dignità deve essere rispettata sempre. In ogni situazione.

Secondo Giovanni XXIII, la dichiarazione universale del 1948 è stato il primo documento laico ad aver attribuito a ogni essere umano la dignità di persona senza distinzioni di alcun genere: è l'atto di nascita dell'homo dignus!


La dichiarazione rappresenta nella storia dell'umanità un punto di arrivo e insieme un punto di svolta, dopo l'orrenda tragedia della seconda guerra mondiale. La dichiarazione universale avrebbe dovuto significare la fine della storia di sempre, tormentata a ripetizione dalle atrocità delle guerre (l'indicibile dell'olocausto degli ebrei e di altre comunità di "diversi", la catastrofe atomica, la morte di civili inermi sotto le bombe, etc.). Le sofferenze della guerra per le popolazioni civili avrebbero dovuto essere solo un tristissimo ricordo.

Non è (stato) così!

Solo qualche giorno fa, la svolta rappresentata dalla dichiarazione dei diritti umani ha perso completamente il suo significato "rivoluzionario" di fronte al veto degli USA al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. 


Una risoluzione  per un "cessate il fuoco" a Gaza, dove le bombe israeliane uccidono in continuazione civili inermi, per rappresaglia contro gli atti terroristici di Hamas, è stata bloccata/affossata dal veto degli USA! Povera dignità umana, uccisa dalla politica di potenza. Follia, follia insana, follia permanente. E forse una follia legata direttamente alla cultura del dominio, proprio di una parte della specie umana, la specie degli uomini/maschi. Possibile non esista una via diversa dalla morte/distruzione? Perché non riusciamo con la nostra ragione a percorrere vie di soluzioni capaci comunque di garantire il rispetto sempre della dignità di ogni persona? È ancora difendibile la posizione del premier israeliano convinto assertore, da uomo di dominio, dell' "eliminazione" di Hamas, a prescindere da ogni altra riflessione?

Eppure uscire dalla gabbia del dominio/eliminazione dell'"altro" è ancora possibile, se prevale per tutte le parti in gioco (e soprattutto da parte di chi ha conosciuto la logica dell'"eliminazione") il senso profondo scritto a chiare lettere e con convinzione da tutti o quasi i Paesi del mondo nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

O no?

Severo Laleo

sabato 25 novembre 2023

Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne. La parità nei "luoghi" delle decisioni.

 
La dolorosa, sconvolgente uccisione della giovanissima Giulia Cecchettin,
un femminicidio insopportabile, anche per le sue penosissime modalità,
disegnato/scavato dapprima in una mente senza “confini” e poi portato
a termine, nei suoi conseguenti atroci atti, da parte del suo giovanissimo
(ex)fidanzato, ha aperto un ampio, sofferto e partecipato, dibattito,
questa volta tempestivamente anche nel mondo della politica, alla ricerca
di cause/colpe e di possibili interventi/rimedi. 
In verità un po' tutte/i siamo chiamate/i a prendere la parola 
per tentare di "fare qualcosa", ognuna/o nel suo ambito, piccolo o grande. 
Siamo tutte/i coinvolte/i in qualche modo.
E tutte/i abbiamo paura del ripetersi senza fine di così tanto dolore
e cerchiamo le necessarie analisi e le possibili vie d'uscita, perché
non capiti mai più a nessuna altra donna.

Il Patriarcato
La cultura patriarcale è alla base di un implicito distorto fenomeno
di formazione di tantissimi (tutti?) maschi ancora oggi, pur con differenti
gradi regionali, nel nostro paese, e non solo.
Non sono necessarie lezioni, incontri, seminari, perché la cultura patriarcale
venga trasmessa, bastano le "cose", i "fatti", il "linguaggio" e le istituzioni.
Dentro questo ambiente, più o meno, pur intessuto di tante variabili, 
si respira l'idea che il potere del maschio sia preponderante e non ammetta 
"sconfitte", anzi, di più, si ritiene, sia legittima anche la violenza 
per mantenere quel "potere", fino all'eliminazione dell'altro 
(nel senso comunque di "oggetto").
Il patriarcato è chiamato in causa molto frequentemente nei casi 
di femminicidi, e non a torto, perché la cultura patriarcale, tramando 
nell'ambiente, educa alla violenza, palese e/o latente, 
sì da non comprendere,  quando scatta la violenza, se sei tu libero 
di colpire l'altro o sei tu il riflesso condizionato di una "situazione".
Ma da solo il patriarcato non può essere la causa del femminicidio.
Sul punto scrive parole condivisibili e convincenti G. Pasquino 
su Domani (22 Nov. 2023). Eppure si deve comunque alla strutturazione 
del potere secondo la visione patriarcale l'idea del Capo, dell'Uno 
(quasi sempre maschio), del Capitano, del Duce, del Condottiero, 
del padrone/padre, cui servire/ubbidire è un bene. E questa visione è 
da tutte/i, sia pure a diversi livelli, inconsapevolmente interiorizzata. 
Per immaginare una società nonviolenta, al di là delle dichiarazioni
di principio, sempre utili, e degli interventi per attenuare 
le disuguaglianze è anche necessario immaginare/fondare nuove strutture 
di potere oltre i dispositivi istituzionali della cultura patriarcale. 
Altrimenti i maschi alla “Trump” sono sempre in agguato, 
anche in libere elezioni.

La violenza della guerra
Per eliminare la violenza sulle donne è tempo di riflettere, e agire 
di conseguenza anche a livelli internazionali (Onu, in primis), 
per interrompere sul nascere ogni ipotesi di guerra. 
C'è forse ancora necessità di dimostrare che la guerra con le sue 
conseguenze di devastazioni e di morti colpisce con la sua violenza 
senza limiti soprattutto le donne?
La guerra, si può dire senza ombra di dubbio, è soprattutto una violenza 
sulle donne, avvolgente tutte le donne: crollano case e palazzi e a subire 
questa violenza di distruzione sono soprattutto le donne, muoiono bimbi/e, 
fratelli, padri, sposi e a essere colpite dalla violenza della morte sono 
soprattutto le donne, cadono le bombe e a subire la violenza della fuga 
sradicante sono soprattutto le donne.
Vittime della violenza della guerra non sono i maschi strateghi e potenti,
non sono i combattenti armati, se non in parte e secondo calcolati rischi,
al contrario, sono soprattutto le persone disarmate e fuori dal campo 
di battaglia.
Il femminismo, in questo caso la libera coscienza femminile, non offre 
cittadinanza alla pratica della violenza di guerra. 
La diserzione abita nobilmente la visione pacifista di tanti femminismi. 
E forse la maggioranza delle donne, proprio perché in grado 
di comprendere il dolore universale generato dalla violenza esprime 
una contrarietà netta, diffusa e consapevole contro la guerra.
Sono troppe le donne che piangono con cognizione di causa la guerra.
Una violenza da eliminare. La violenza/guerra appartiene ai "maschi".

Educare alla Parità
Molte voci si spingono a chiedere con sincera intensità una totale 
inversione nell'educazione tout court delle nuove generazioni 
a scuola, condannando, in ambito relazionale, l'educazione fai da te individuale/familiare/social(e) e sostenendo un reale, ben chiaro 
nei suoi obiettivi, quanto più possibile condiviso, progetto 
culturale/formativo; infatti -ci si chiede- se l'educazione fino ai giorni
nostri ha lasciato alle famiglie, ma soprattutto al caso/caos 
delle situazioni/condizioni sociali e ai casuali incontri, un'improbabile 
educazione alla parità e all'affettività, è necessario, al contrario, 
fin dalla scuola materna, educare bimbi/e a conoscersi
e rispettarsi in parità. E così continuando nelle diverse fasi 
della crescita.
Non c'è dubbio, l'educazione tout court e l'educazione di genere 
(alla parità, all'affettività, alla relazione) in particolare può diventare 
il grimaldello più potente per il controllo/eliminazione della violenza 
del maschio sulla donna.
E lungo questa strada bisogna agire anche con adeguati investimenti.
Non si può non essere d'accordo.

La "cultura del limite"
Altre/i insistono sull'idea di abituare le giovani generazioni, 
sin da piccole/i, a scuola e in famiglia, a porsi il senso del limite. 
Scrive sul Fatto M. Lanfranco: "Insegnare il senso del limite agli uomini, 
fin da piccolissimi, non è limitare, vietare o impedire: significa offrire 
il margine e il confine sul quale costruire relazioni sane e equilibrate,
nelle quali sono valide e apprezzabili tutte le voci e i desideri in gioco."
Non si può non essere d'accordo. Ma educare al senso del limite 
significa anche intervenire su tutte le situazioni di disparità 
nella società a ogni livello, economico, sociale, culturale. 
La cultura del limite non è una scelta in ambito personale,
è alla base di un processo di civilizzazione verso una società 
nonviolenta fino a eliminare la barbarie delle guerre.
E sull'Avvenire, con parole forse più accorate, scrive R. Mensuali
"Il maschio violento è un uomo per cui il mondo e la vita coincidono 
con la propria esuberante e immediata natura. Ciò che ci salverà, 
allora è la cultura di un "bordo" e di confini.
La base solida di una rinnovata "scuola" sentimentale dovrà essere 
una sorta di "teologia del confine"....Bisogna imparare ad accettare 
e far emergere il valore di un "bordo", nelle relazioni umane. 
Di un limite. Non è una barriera, il bordo,
è un confine che chiama all'impegno e alla responsabilità di conoscerlo,
prima di attraversarlo, di rispettarlo senza scavalcarlo e di amarlo 
senza calpestarlo”.
Parole perfette anche per questo blog.

La "paura" degli uomini
Gli uomini, in verità, dicono altre/i, nonostante siano da sempre immersi
nel continuum culturale della forza/dominio dei modelli virili, quando
si scontrano con la libera determinazione della donna che credono
"propria", hanno paura di perdere il "potere" e, di fronte al nuovo stato 
di frustrazione e insicurezza, possono cedere alla violenza. 
C'è del vero, ma non è tutto.
In ogni caso l'invito a "scardinare le gabbie dei modelli di genere" e 
a "accogliere la libertà" (Serughetti) è un passo necessario e decisivo, 
ma non da affidare, purtroppo, alla sola buona volontà/disposizione 
delle singole persone. Forse sono necessarie innovazioni di genere 
nelle strutture di potere.

L'impegno dei "maschi" a manifestare
A difendersi dalla violenza dei maschi sono le donne e sono 
anche le donne a voler gridare in piazza in mille manifestazioni 
la rabbia/dolore da una parte, in quanto "oggetti" di violenza, 
e la gioia lucente dall'altra nel reclamare il diritto di essere soggetti liberi, 
con la libera determinazione nella relazione, con la libera convinzione 
della parità di genere.
Eppure sono anche tanti gli uomini disponibili a scendere in piazza 
per essere coinvolti nella grande manifestazione per l'eliminazione 
della violenza sulle donne, aprendo all'interno della "comunità" dei maschi 
un dibattito alla ricerca di tutti gli elementi/segni/atti di potere/sopraffazione 
sulle donne interiorizzati in secoli di cultura maschilista e patriarcale. 
E' questo scendere in piazza un contributo molto forte al fine di offrire 
esempi di autocritica operante alle nuove generazioni.
Perché il manifestare in piazza esprime la volontà, dichiarata e praticata,
di un cambiamento culturale fondato sul reciproco rispetto nella relazione
uomo/donna.

La parità (visibile) nei "luoghi" del potere
Oggi alla manifestazione organizzata da Non Una di Meno torna 
questa consapevolezza: "Gli uomini uccidono perché possono, 
e non solo perché sono educati a farlo, ma perché viviamo in una struttura 
in cui il potere è ancora maschile. Non voler intervenire su questo porta 
a interventi cosmetici nel migliore dei casi, dannosi nel peggiore".
Il potere è ancora maschile è una verità. E maschile dappertutto 
è la sua visibilità. E la visibilità educa più di tante parole.
E' ora di riflettere, almeno da parte dei femminismi, sull'organizzazione
del potere a ogni livello, soprattutto a livello istituzionale, individuando 
possibili percorsi di superamento delle istituzioni finora sperimentate 
e date per "naturali(e naturali non sono, anzi paiono non rispettare 
la natura!).
Se "i sessi sono due" e hanno pari dignità, non si comprende perché
nell'organizzazione del potere, tutto ancora fondato sulla cultura 
maschilista, non si debba superare il monocratismo (costruito 
dal/sul sesso forte), esito storico-istituzionale di quella cultura, 
con il bicratismo di genere.
La “coppia” diventa così un “luogo” di "potere", ora dialogante,
all’interno del quale la "scelta", qualunque sia, non prevede l’eliminazione 
dell’altro. E tutte/i si interiorizzerà un altro modo di intendere la relazione.
La sostituzione dell'"uno" (maschio) con il "due" (maschio/femmina) 
nelle strutture di potere aprirebbe a una nuova visione antropologica 
e potrebbe contribuire all'eliminazione della violenza di un sesso 
(il maschile) sull'altro sesso (il femminile), educando "dal vivo" le nuove 
generazioni all'idea della comune, pari responsabilità tra i sessi.

O no?
Severo Laleo