venerdì 9 dicembre 2016

Un “nuovo” segno dei tempi: D’Alimonte, la scienza e l’ideologia





Roberto D’Alimonte e Vincenzo Emanuele, due scienziati 
della Politica, visto il risultato elettorale del referendum, 
scrivono un articolomolto interessante pieno di dati 
e di valutazioni. Ogni valutazione è giustificata dall’analisi 
dei dati. Un articolo utile da leggere e da commentare.
Eppure un lettore sereno non immaginerebbe, 
dopo aver seguito con interesse la sequenza dei dati, 
la conclusione degli autori scienziati. Eccola, per chiarezza 
(da notare il passaggio lessicale, in crescendo,
da Pd a Premier a Renzi) la lucida conclusione dell’analisi scientifica dei dati: “In conclusione, con il senno di poi 
si può dire che questo è stato un referendum che difficilmente 
il Pd poteva vincere. Troppi fattori hanno giocato 
contro il premier. Ma resta il fatto che 13 milioni di voti 
sono tanti. E da qui può ripartire la sfida di Renzi”.
Non è possibile! Se la scienza della Politica, dopo aver snocciolato
dati e, aver tra le righe, compreso, volenti o nolenti, il gran disagio
delle periferie e dei disoccupati, si preoccupa, prendendo parte malamente, di concedere un trampolino di lancio “per far ripartire la sfida di Renzi”. In verità non si tratta più di una sfida, la sfida 
è stata già consumata. Per il prof. Scapece, semplice osservatore, ma attento lettore dei fatti, si tratta al contrario solo di puro azzardo. Forse questo tipo di scienza della Politica è davvero 
un segno di questi tempi “nuovi”.
O no?
 
Severo Laleo

lunedì 5 dicembre 2016

Il leader solo, Agnese e la “nuova” Politica



E’ tarda serata. Il Leader è solo davanti al suo palco.
E continua a parlare da Leader, proprio nel giorno nel quale si celebra,
senza ombra di dubbio, la sconfitta (non si illudano gli altri Leader!)
del leaderismo italiano, inventato, all’improvviso, grazie a un vuoto della Politica,
nel centrodestra, da Berlusconi,  e ora, appunto, condotto a termine,
nel centrosinistra, da Renzi. Insieme, Berlusconi e Renzi,
cumulando sulla propria persona di “Capo” ogni “attenzione
hanno introdotto nella politica la categoria dell’amore/odio
per il Capo. E la parola “capo”, nel suo antico significato,
ha trovato persino la sua spendibilità linguistica, non a caso,
proprio nell’Italicum (art. 2, comma 8).  
Il senso diventa: o con me o contro di me, la negazione, 
cioè, nel profondo, dell’agire politico in sé.
E, per imitazione del berlusconismo, durante tutti questi anni,
si è visto un pullular di leader dappertutto, in ogni forza (si fa per dire!)
politica, purtroppo anche a sinistra, nella sinistra delle “persone”.
Il 4 dicembre segna la fine definitiva di un ciclo.

E’ possibile, ed è necessario, cambiare, perché il cambiamento
ha ora una sua data di inizio. E’ davanti a noi, e, soprattutto, nasce dal basso.
E contiene, è vero, insieme ad altre strumentali ragioni, a volte indifendibili,
il segno forte di un attaccamento sincero alla Costituzione del 1948,
a prescindere da vecchi e nuovi leader. Nella cabina conta solo 
la propria coscienza e non l'apparteneza a un leader. 
L'amore per la libertà è più diffuso di quanto si immagina.
Il cambiamento è costruire una comunità a sovranità conviviale,
una democrazia tra pari, in dialogo continuo tra le parti,
nel rispetto di una cultura del limite, con una leadrship di servizio 
e di coordinamento, precondizioni fondamentali per garantire il dovere 
di deliberare. L’impegno è di gran fatica e non tollera scorciatoie.
E non può essere affidato a una persona sola e a un solo sentire.
E in più il campo è pieno di faccendieri, sempre attivi.
Basta con schiere di sudditi plaudenti. E molto interessati.
In Campania, al De Luca delle fritture, il 68% delle persone ha detto
un No di “cambiamento”, a difesa di libertà e dignità.
E dignità e libertà passano per un lavoro non precario,
per un’occupazione piena, per un reddito sicuro per ogni persona
(e la sinistra ha una lunga storia, ora muta, a questo riguardo),
per un sistema fiscale adatto a una più equa redistribuzione di reddito,
per un sistema di regole per l’estensione della democrazia,
per un sistema sociale inclusivo, di cura e di sostegno,
per una scuola democratica già nella sua organizzazione,
per un investimento importante nella ricerca da aprire largamente
a persone giovani con reali prospettive di vita,
per un sistema di regole, infine, per la parità piena, senza quote,
di uomini e donne in ogni sede di decisione pubblica.

Il Leader è solo davanti al suo palco e apre il suo discorso alle dimissioni,
ancora reclamando, commosso, con enfasi, una sua personale diversità.
Una diversità non del tutto vera, se appena si guarda,
con una qualche attenzione ai dati, alla storia dei Governi in Italia.
Pienamente vera, al contrario, appare la sua personale soddisfazione
per leggi non note al grande pubblico, ma socialmente incisive
nel cammino della civilizzazione di un Paese. E ha ragione.

Eppure, proprio il leader-solo-al-comando esce di scena
aprendo con i suoi atti un nuovo ciclo politico. Almeno a chi sa intendere.
Il suo uscire dalla scena pubblica è  un entrare, con un abbraccio alla sua donna,
nella sfera del privato, dell’accoglienza pronta e piena,
è un passaggio dall’arroganza del comando, alla condivisione dell’amore,
dal palco del leader solitario, al rifugio di una condivisione d’affetti,
in un rapporto alla pari con la persona del suo mondo reale,
e finalmente, almeno nel privato, l’Io diventa un Noi.
Ora se anche i decisionisti dinamici tengono e curano il proprio rifugio,
e comprendono la parità della relazione, e la sua necessità,
qualche insegnamento in Politica si può ricavare, specie se la Politica 
è ancora relazione corretta tra persone e non rottamazione.
Non è forse l’essenza della Politica il garantire un “rifugio
a chi ne ha bisogno, chiunque sia, dovunque si trovi?

La scena è davanti a tutti.
In un angolo Agnese (e chiedo scusa se sembro usare il nome
con una confidenza indebita, ma qui Agnese è un simbolo),
silente e serena, con un suo sorriso tenue di dignità,
disegna, nella sua presenza/espressione, l’immagine della civiltà,
del grado di maturità di un processo di civilizzazione,
fuori da ogni campo di battaglia, e di pretesa di vittoria,
e, insieme, disegna il superamento definitivo del monocratismo,
dell’uomo solo al comando, del leaderismo maschio,
in nome di un’altra Politica, senza muscoli e senza l’ossessione
della vittoria. Perché alla fine la fragilità è per tutti.

Il Paese non cambierà se inseguirà un nuovo Capo,
il Paese cambia davvero se crescerà insieme nella responsabilità
imparando liberamente a “contare” sempre più nell’esercizio
del dialogo democratico. Meno capi e più scuola, più istruzione,
più educazione e, perché no?,  una “patente” con severo esame,
per amministratori pubblici. Guidare un Paese è più importante
di guidare un’auto. Forse il nuovo ciclo politico per una democrazia tra pari
avrà il volto/monito civilissimo di Agnese.
O no?

Severo Laleo

sabato 3 dicembre 2016

Calabresi, le macerie e i populismi isterici

Gentilissimo Direttore Calabresi,
pur apparendo Lei, a mio parere, in ogni occasione, persona educata, garbata,
quasi mai di parte (almeno non faziosa), ascoltabile con serenità,
con l’editoriale di oggi, pur insieme a una veritiera condivisibile analisi
sulle macerie della sinistra (anche se da analista, per capire un futuro
di concordia, avrebbe potuto aggiungere qualche parola sull’origine
di tanta determinata, rozza e amara rottura), Lei, ripeto, con l’editoriale di oggi,
butta all’aria, a mio leggere, la sua garbata educazione,  la sua “neutralità
di mestiere (la persona non è mai “neutrale”) e soprattutto la sua
ascoltabilità” serena.

D’accordo, dunque, sulle macerie della sinistra e sulla sua dispersione,
sul suo smarrimento. Ma quali le ragioni?
Se si è persa la coesione sociale e la capacità di progettare il futuro 
non è per un destino cinico e baro; è stata, da ultimo, la conseguenza di una scelta
politica di rottura chiara fin dall’inizio (il riferimento è alla galassia del centro
sinistra). Vede, gentilissimo direttore, quando un aspirante al Potere 
guarda le altre “persone” (so che dà al termine persona il suo pregno 
significato filosofico e giuridico), sia pure avversari, sotto la luce 
della “rottamazione” e dell’”asfaltatura”, non c’è da essere sereni (infatti!).
E la stampa, a suo modo, lodò questo approccio in qualche modo violento 
e populista al Potere. E non solo la stampa: la lode giunse anche da tanti delusi, 
giustamente, di una politica fuor di senno, lontana dai problemi reali delle persone.
Ma chi ama rottamare e asfaltare (non parlo di Renzi, la “persona” 
Renzi non c’entra, c’entra la “Politica”) per il bene pubblico è una rovina, 
è la perdita del dialogo legittimante, è un cedere alla forza, sino ad alimentare 
un’idea di “eliminazione” politica. Anche con "imboscate" (ma Prodi perdona!)
A rovinare la campagna elettorale non è stata quindi la materia del bicameralismo 
(non bisogna aspettare tempo per veder bene), ma proprio il carico aggiunto 
di “significati altri”; ed è qui che bisogna fermarsi e esercitare il pensiero 
critico per capire il perché di una divisione di una comunità, della freddezza triste 
tra amici, di discussioni antipaticamente litigiose in famiglia. E l’estensione 
dell’analisi è utile, specie se si crede nella possibilità di ricucire il Paese, 
soprattutto con l’obiettivo di evitare che l'idea stessa di futuro possa essere 
declinata in nome di un interesse personale e mai al plurale”.
E fin qui, gentilissimo direttore, la sua ascoltabilità è garantita, parzialmente 
condivisibile ma ancora serena. Eppure all’improvviso il suo tono cambia, non è più
di analisi, ma diventa quasi di invettiva e il suo garbo e la sua neutralità vanno
in pezzi. E scrive, dimenticando le “persone” in carne ed ossa, di “retorica 
della resa dei conti, dei tavoli da rovesciare, dei palazzi da abbattere” 
che “ha annebbiato le menti e conquistato le viscere. Una retorica che 
andrebbe respinta con fermezza, con razionalità e con cui non è possibile 
flirtare, anche perché è una bestia (sic!) che non si fa addomesticare 
ma sbrana (sic!) chi prova a giocarci”. 
Direttore!
E continua: “Se a sinistra non si mette mano a tutto questo, il rischio 
è di consegnare l'Italia alla sfida tra due populismi, uno più propriamente 
di destra - con la scommessa di Matteo Salvini di conquistare l'intero 
campo conservatore grazie alle primarie - e uno post ideologico 
rappresentato dal movimento di Beppe Grillo. Due populismi isterici (sic!)…”
Anche qui forse avrà qualche ragione di preoccupazione, perché la diffusa rabbia 
è cattiva consigliera, ma dimentica che in Italia i populismi sono tre:
il primo, di governo, praticato per tre anni da una maggioranza non nata 
da una scelta democratica del popolo, insegue la buona amministrazione 
alla De Luca;
il secondo, per ora urlato dalla Lega, con gravi atteggiamenti contraddittori 
contro l’idea universale di “persona” per proteggere altre “persone” 
sulla base di un territorio, insegue la chiusura della sicurezza;
il terzo, irridente nelle piazze con il vaffa, ha generato a Torino 
l’Appendino e a Roma la Raggi (e non sembrano per ora “sbranare” nessuno).

Perché una società possa “tenere” in termini di coesione sociale e di rispetto
reciproco tra persone, il dialogo deve essere tra tutti, perché, per usare 
le parole di Guido Calogero,  “l´unità della democrazia è l´unità degli uomini 
che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda 
e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze.”

Per questo non perda la sua “neutralità” di mestiere con ritenere 
il SI preferibile al NO, solo perché il NO, ammonisce, “se lo intesterà tutto Grillo,
pronto a lanciare la sua sfida finale al Pd, e non ci si illuda che possa essere
un momento catartico di rifondazione di una nuova sinistra ideale”.
Forse, gentilissimo direttore, la democrazia è l’essenza di questa sfida 
(sempre se nel rispetto di una cultura del limite nonviolenta).
O no?
Severo Laleo

giovedì 1 dicembre 2016

“Nuova” democrazia: l’elìte dei pochi non gradisce il clic dei molti



La stampa online riporta queste parole di Giorgio Napolitano:
In questo momento storico abbiamo bisogno di alta professionalità 
e non di scegliere persone e dettare gli indirizzi attraverso un clic...
Non capisco come si possa abbracciare questo pseudometodo 
di coinvolgimento popolare. Bisogna reagire a questa ondata 
semplificatrice e in sostanza mistificatrice: non esiste politica 
senza professionalità come non esiste mondo senza elìte”.
Pensiero chiarissimo. E anche il riferimento, sempre irrispettoso, 
soprattutto con quel parlare di mistificazione.
E spiega infine il perché del suo convinto e partecipe e paterno SI
al referendum. Per Napolitano con il SI al referendum finalmente
il sistema politico italiano avrà più facili, e senza troppi ostacoli/orpelli,
modalità per chiamare all’opera (di governo) persone di alta professionalità
e così il nostro piccolo mondo (sociale) potrà riconoscere la sua elìte!
Il prof. Scopece, so con certezza, pur essendo stato con il Giorgio nel PCI,
non sarebbe d’accordo con l’ex Presidente Napolitano. 
Il prof. Scopece è convinto, sin da tempi insospettabili,
e prima dell’irrompere del M5S, che per le decisioni pubbliche
uno vale uno” (essenzialmente principio della filosofia personalista:
ogni persona “vale” ed è irripetibile) e addirittura auspica,
per una democrazia senza sospetti e tra pari,
l’introduzione del sorteggio nella scelta delle persone a ruoli
di responsabilità politica, perché solo il sorteggio, insieme alla parità di genere,
è strumento determinante per frenare l’ambizione violenta della corsa
verso l’agguantare il Potere, sempre più oggi nel mondo appannaggio
di personaggi di ben altraprofessionalità”, sempre membri di un’elìte,
ma che con un clic, quasi certamente, non sarebbero mai passati.

Forse  Giorgio Napolitano con le sue chiarissime parole,
si fa per scherzare, dai, ha voluto  rendere omaggio a un famoso
Marchese del cinema italiano, esprimendo con parole eleganti
(ogni mondo ha la sua elìte) la sua continuità con il pensiero politico
del Marchese del Grillo. E tutto torna.
O no?

Severo Laleo

martedì 29 novembre 2016

Per i NO la democrazia non è “governance”, è dialogo senza esclusioni



Alla fine arriva anche l'endorsement dell'Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico (Ocse) al Sì al referendum. Per l’OCSE, si legge su HP,
"la riforma costituzionale, oggetto di un referendum costituzionale a dicembre,
sarà un passo in avanti nel processo di riforme e rafforzerà la governance politica
ed economica" dell'Italia. Ecco la parola magica, da svelare: governance.
Perfetto. L’OCSE non imbroglia; scrive la verità “la riforma rafforzerà 
la governance”. Ogni parola invia a un’immagine all’apparenza virtuosa:
riforma, rafforzare, governance. Perché non essere d’accordo?
Ma cos’è la governance? Qual è la storia della parola? 
Quali sensi impliciti contiene?

Governance è parola nuova per la lingua italiana. Nasce nel mondo aziendale 
e imprenditoriale, e almeno inizialmente significa “modo di dirigere, conduzione”,
in particolare indica “il metodo e la struttura organizzativa 
con la quale si distribuisce il comando tra i dirigenti di un’impresa (Treccani.it).
Rapidamente, con il passar degli anni, il significato s’allarga all’insieme
dei princìpi, dei modi, delle procedure per la gestione e il governo di società,
enti, istituzioni, o fenomeni complessi, dalle rilevanti ricadute sociali”.
Niente di più. Tutto dentro un quadro di riferimento tecnocratico.
Aziendale. Imprenditoriale. Gestionale.
Ma le Costituzioni si scrivono per definire principi, diritti, doveri
e limiti al Potere, per la salvaguardia della piena libertà
di partecipazione/decisione della sovranità di ogni persona,
non per rafforzare la governance.
Ma dove è finita la nostra cultura costituzionale e democratica?
Se si rafforza la governance con la riforma, i SI brindano,
perché credono di aver “semplificato” il governo di un Paese,
perché assimilano/confondono il Paese con un’Azienda,
e chissà, il Premier con l’Amministratore Delegato,
il Consiglio dei Ministri con il Consiglio di Amministrazione
insieme alle sue procedure di rapida decisione in un mondo 
a concorrenza spinta (spietata).
La politica non c’entra. La democrazia, poi! 
Specie se “l´unità della democrazia è l´unità degli uomini che, 
per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi
a vicenda e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni
e delle proprie preferenze.” (Guido Calogero)

Se anche l’OCSE si accontenta ormai del semplice “rafforzamento 
della governance” a scapito della complessità della mediazione politica, 
chi resta a difendere la democrazia e le sue relazioni? Forse solo le persone 
del NO, incorreggibili e testarde nel difendere il processo di estensione 
della partecipazione politica corale nel rispetto non della governance
ma della vita delle persone in carne ed ossa.
O no?

Severo Laleo

lunedì 28 novembre 2016

La insensata questione dei compagni di strada in tema di referendum



Spesso sento chiedere: ma con chi stai? insieme a chi voti?

Non esiste risposta più semplice, valida senza dubbio per i più, 
anche se volutamente inascoltata e negata. Questa: si sta dalla parte 
dei   p r o p r i   convincimenti e si vota secondo i   p r o p r i   princìpi.
In tempi ormai lontani molti “vecchi” di oggi scelsero, insieme a molti altri 
ora disponibili a rischiare il “nuovo”, di stare con gli ultimi, i deboli, 
perché potessero lottare per i loro pieni diritti. E si sapeva allora, 
quando ci si schierava in lotta, che quanto più forte era la possibilità 
degli ultimi di "partecipare" al "bene comune", anche con le occasioni di “voto”, 
tanta più alta era la possibilità che avessero voce e fossero ascoltati. 
La storia stessa della democrazia, per quanto in Italia sia stata
e continua a essere (ultimo esempio De Luca) soffocata da un deprimente 
clientelismo, è comunque un processo di estensione del diritto di voto 
e del moltiplicarsi delle sue occasioni; anche quanto racconta per ultimo la Brexit 
è dentro questo processo, piaccia o no (e non a caso molti “riformatori”, 
"nuovi" democratici, avrebbero negato quell’occasione di voto, 
perché non adatta al sentire del “popolo”!).
Parecchi di quei molti continuano a stare con questo percorso di marcia 
di estensione della democrazia e rifiutano per principio ogni lusinga di efficienza, 
lungo questo percorso di maturità di un popolo. 
In democrazia non esistono scorciatoie; in democrazia si confligge, possibilmente 
in convivialità, con rispetto e dentro una cultura del limite; quando esiste in una riforma 
anche il più remoto pericolo di far saltare qualche "limite" costituzionale già fissato 
per "contenere" il Potere (ad esempio le modalità di elezione di Presidente 
della Repubblica e dei giudici della Corte Costituzionale), bisogna  allarmarsi, 
comunque, a prescindere, senza guardare in faccia a nessuno. Alla semplificazione 
della velocità la democrazia preferisce la  m i t e z z a  del dialogo, perché solo 
la mitezza paziente obbliga all'educazione, al rispetto, alle decisioni comuni in termini 
di “regole”; bisogna dubitare delle "vie brevi", veloci, allettanti e ingannevoli, 
perché travolgono, passando oltre senza fermarsi a riflettere, le libertà reali 
delle persone. Forse hanno ragione gli studenti, almeno idealmente, 
quando affidano, a un cartellone in un corteo per il NO, queste parole: 
Sul nostro futuro decidiamo noi!”. 
.
O no?
Severo Laleo


martedì 22 novembre 2016

De Luca, il governatore, il premier Renzi e il PIL: quando il fine giustifica i mezzi

Quando in questo blog si scrive della assenza, 
nella "nuova" gestione del Governo, di un sistema 
di valori ideali (eppure, per definizione, la Politica 
dovrebbe guidare il processo di civilizzazione 
dell'umanità), e dell'assenza, quindi, di un orientamento 
etico, quando si scrive dell'assenza di "cultura del limite" 
e della possibile, quindi, esplosione di una latente violenza, 
si vuole essenzialmente  porre l'attenzione 
sulla degenerazione dell'agire politico 
(oltre il limite del lecito) nel tentare di ottenere 
un qualche vantaggio/risultato a qualsiasi costo, 
di raggiungere un qualche fine con qualsiasi mezzo. 
In una parola, l'assenza di cultura politica, 
con il suo fondo dialogico e mite e conviviale, 
genera la lotta per il Potere, agitando un grezzo 
e primitivo istinto machiavellico. 
Un esempio vivo? Ecco.
De Luca, il Governatore spiccio e facile all'insulto 
e tutto teso al risultato, "vecchio stampo", 
di una Campania comunque più avanti e civile, 
incita, con il suo parlare incivile, 300 sindaci 
a darsi da fare, con ogni mezzo, per portare 
quanti più voti possibili al SI nel referendum. 
Forse perché il referendum rende il Paese più moderno? 
No, perché Renzi è un "fiume di soldi". 
La chiarezza non difetta al De Luca. 
Renzi, il Premier veloce e facile a inventare "bonus" 
e tutto teso a vincere, "nuovo stampo", di un'Italia comunque più avanti e moderna, dichiara, 
senza imbarazzo, per non perdere voti freschi: 
Non condivido i metodi di Vincenzo De Luca, 
ma se tutto il Sud fosse stato amministrato 
come Salerno, avremmo un punto di Pil in più”. 
Anche il Premier ha il dono della chiarezza 
d'inganno degli slogan: forse, per un pugno di Pil, 
va bene tutto. Anche 100 De Luca nel Sud!

O no? 
Severo Laleo

sabato 19 novembre 2016

Un’”accozzaglia” di NO ... per difendere la mitezza della Costituzione del 1948



Il Premier, a Matera, nella terra dura dei “sassi”, terra pronta a scavare
in ognuno di noi riflessioni profonde sulle radici della fatica umana per vivere,
a Matera, il Premier, incurante della grevità delle sue parole,
nella sua personale battaglia propagandistica per il SI, sempre oltre il limite
della sua istituzionale figura, grida insultante: “In questo referendum vediamo
che c'è un'accozzaglia di tutti contro una sola persona. Senza una proposta 
alternativa. Ma vi rendete conto che ci sono Berlusconi e Travaglio insieme, 
D'Alema e Grillo insieme...". E addita nomi/volti al comune spregio.
Quanto inganno e quanta violenza in questa maniera di esprimersi!
E’ solo burbanza parolaia o svela un’aggressività reale? E perché?

1. L’inganno
L’inganno è confondere un voto libero, di libera coscienza, di ogni libera
persona, pro o contro la Costituzione del 1948, con una battaglia di scontro 
politico elettorale. Perché dovrebbero avere una proposta alternativa i Berlusconi 
(Forza Italia), i Travaglio (un giornalista), i D’Alema (fino a prova contraria del PD, 
e compagno di partito del Premier), e i Grillo (M5S), se il tema è la difesa 
della Costituzione? Qual è il nesso logico tra un voto personale e di libera 
determinazione a difesa della Costituzione del 1948 e l’obbligo di una proposta 
alternativa? L’inganno è ridurre la libertà della persona liberamente comunque 
votante –si tratta di milioni di persone, nerbo liberale della nostra democrazia- 
a “seguace” di questo o l’altro “Capo”, confondendo il libero convincimento 
con la gregarietà. E’ questo il livello ormai della nostra democrazia? 
Se questa è la logica del “Capo del Governo”, la logica cioè del con me 
(la maggioranza silenziosa) o contro di me (l’accozzaglia di tutti), 
ogni persona in grado di giudicare in maniera critica e autonoma
ogni persona educata, grazie alla Costituzione del 1948, alla democrazia 
tra pari, non dovrebbe molto preoccuparsi per la salute istituzionale 
del proprio Paese?

2. La violenza
La violenza è contrapporre alla “persona” del Premier l’”accozzaglia
di tutti gli altri! Accozzaglia? Si conosce il significato delle parole?
Un NO, libero, anzi ora anche coraggioso, è forse un numero in un’accozzaglia?
Donde deriva al Premier tanta maleducazione? E questo il suo esempio dall’alto
per esprimere rispetto di ogni decisione? Per quale strano mistero,
noto solo al Premier, la scelta libera del NO serve a riempire semplicemente 
un’accozzaglia contro la sua persona? Ma sa il Premier dell’esistenza di milioni 
di persone libere, le quali non sono ossessionate dalla centralità della persona 
del Premier? Perché continuare a ridurre un referendum costituzionale 
in una lotta per il Potere? E solo per addetti ai lavori (Berlusconi, D'Alema, 
Renzi, Grillo)? E non è forse questa lotta per il Potere anche  il perno centrale 
della battaglia del Premier?

Avverto una profonda amarezza nel vedere il Premier del mio Paese
parlare la lingua dei maleducati, dei violenti, degli ostinati dall’ambizione
del Potere e basta. E avverto una più profonda amarezza se osservo 
la determinazione con la quale, il Premier, il Premier di tutti, ha deciso 
di dividere/lacerare il Paese, con la complicità di un ex Presidente 
della Repubblica e il silenzio del nuovo inquilino del Quirinale. 
Ancora una volta cui prodest?

Per evitare di “giungere alle mani” tra le maggioranza silenziosa del Premier
e l’accozzaglia degli altri, per non abituarsi a leggere con disprezzo le immagini 
di uomini politici di un fronte (giungerà a breve ad hoc un depliant del Premier),
per confermare un libero spirito Costituente di dialogo e di dibattito, conviene forse 
opporre alle parole di inganno e di violenza del Premier (ricordando, per onor del vero, 
in questa gara di insulti non essere da meno molti dei NO) la mitezza 
della Costituzione del 1948.
O no?

Severo Laleo

mercoledì 16 novembre 2016

La ferita insidiosa del referendum della discordia. Lettera a un amico




Carissimo mio amico, ti ricordi?, era già successo. Ai tempi di Berlusconi.
Ai tempi cioè della divisione netta del Paese tra berlusconiani
e antiberlusconiani. E ricorderai, i “vecchi”, i quali pur avevano vissuto
le lotte furibonde tra democristiani e comunisti in difficili periodi
elettorali, mai avevano registrato una portata di risentimento personale
così esacerbante gli uni contro gli altri come con Berlusconi imperante,
quando a  dominare il linguaggio politico non era la vita reale delle persone,
ma il “corpo” di Berlusconi. La “vita” di Berlusconi. E il suo Potere.
E mai era successo che un’intera classe politica fosse così suddita
e serva e prona nei confronti del suo “Capo”, da votare in Parlamento
la macroscopica, indigeribile bugia, nostra vergogna perenne:
Ruby, nipote di Mubarack!”.
E tutto è successo, noi ben sappiamo, perché la logica del Capo
non è una logica della Democrazia.
I tempi di Berlusconi sono stati grevi e duri per divisione politica,
anche all’interno di interi gruppi familiari, dove la continuità degli affetti
non sempre è stata più forte della divisione politica, con liti ad personam:
o con Berlusconi o contro Berlusconi!
Per fortuna per noi, con Berlusconi la divisione attraversava due campi
ben distinti: centrodestra e centrosinistra, pur con i soliti interessati
transfughi e trasformisti, genìa molto italiana (in Italia siamo facilmente
di destra o di sinistra senza essere mai stati prima “liberali”;
si preferisce il tifo e l’accucciarsi silenzioso alla militanza critica,
soprattutto, ben sai, per un avvilente danarismo!).
Ma noi, caro amico, in quei tempi si era, anche con personali differenze,
insieme a difendere la Costituzione contro i pericoli di una svolta
nella direzione della governabilità contro rappresentatività.

Sembravano finiti quei tempi! Invece no! Che è successo ora?
Ancora una volta troppi si insultano e si dividono, ancora su una persona,
un “Capo” (l’onnipresente Renzi e/o il dietro le quinte Napolitano?),
un “Capo” comunque, ancora una volta innovatore costituzionale
(anche Berlusconi scese in campo per innovare, anzi per guidare una “rivoluzione”),
ma non in grado di capire la stridente e pericolosa contraddizione
di una riforma valida comunque per tutti, ma decisa con forza
(una forza ammirata dai seguaci plaudenti) solo grazie ai numeri
di una maggioranza gonfiata da una legge elettorale incostituzionale,
il Porcellum, e da alleanze non sempre alla luce del sole.
Eppure questa volta la divisione è più acerba, più pesante,
più tracciante sofferenze, perché giunge a separare amici
e compagni di una vita. E a volte padri e figli.
Viene a produrre ferite proprio nel corpo di quanti per una vita
hanno creduto di avere valori comuni; e condivisione di comportamenti,
grazie a tanti scioperi insieme, a tante manifestazioni corali.
Soprattutto a difesa della Costituzione e del controllo democratico
di ogni sua “riforma”.

Quanto uniti, e forti di un’idea di democrazia integrale,
si era, ricorderai benissimo, ai funerali di Berlinguer?
E’ vero, cambiano i tempi, la società, le persone, i nomi,
ma può mai cambiare, senza una riflessione comune
e ponderata, la direzione di marcia verso l’estensione della democrazia
con un’inversione verso la sua riduzione?
Questo è cambiare verso?
Abbandonare la scelta antica, e densa di proposte, di essere con gli ultimi
e i poveri, per stringere legami teneri e arrendevoli con i primi e i ricchi?
E che ricchi!
E ora? Ora, caro mio amico, si scoprono, quei “compagni”, a difendere,
comunque sia, visioni differenti e contrastanti della “democrazia”,
a vedere il male dove per anni hanno situato il bene, a subire,
solo ascoltando, metodi diversi di argomentare, stili di comunicazione
chiassosi, sfottenti, sarcastici, zeppi di slogan, dopo aver partecipato,
per una vita, tutti insieme e di persona, alla formazione della comune
cultura politica, solidale, magari fumando troppo, dopo aver con pazienza
rinunciato, se non tutti, molti almeno, in attesa di tempi migliori,
a battersi, ad esempio, a difesa dell’art. 18 (nel suo significato reale
di rispetto profondo della persona nel lavoro),
o per una scuola libera da ogni condizionamento burocratico
(i nuovi dirigenti scolastici, parecchi oggi felici per il “nuovo potere”,
pronti a intervenire per “contenere” la costituzionalmente protetta
libertà di insegnamento, non s’accorgono di essere tornati a reggere
un meccanismo facilmente dall’alto controllabile e guidabile,
ad opera di una nuova burocrazia di servizio).
Una divisione, non per argomenti, ma tra persone, artefatta, cercata,
costruita proprio in un campo, il campo delle regole, nel quale tutti,
proprio tutti, almeno tra quanti accettano l’idea di “regola”,
hanno diritto di arare. Cui prodest? Perché tanto diffuso astio?
Ha una sua origine? Interna o anche esterna? Potrà produrre nuovi ideali?
Dove è stato nascosto/confinato il “Bene Comune”?
E’ così breve e labile la nostra memoria?

Infine tanta amara divisione solo per una lotta per il Potere
(a sentire le accuse, senza pudore, vicendevoli, degli uni contro gli altri),
soprattutto da gran parte delle classi dirigenti ora guerreggianti,
indifferenti per consolidata cultura (si fa per dire!) al Bene Comune.

Quando si è votato nel 2013, tutto questo non era né in programma
né immaginabile. E se per “vincere” la sfida epocale (nuovi o vecchi,
gli italiani si divertono con la sceneggiata) si perde il senso del limite,
se si cede all’oltraggio, forse la strada per la discordia, irreversibile,
è già aperta. E se una deriva autoritaria è in futuro probabile, oggi
è già in atto, da ogni parte in guerra, una deriva sfrontata e insolente.
Per questo, per evitare di dare il mio contributo a questa deriva,
carissimo amico mio, credo giunga utile il conforto del (mio) silenzio.


O no?
Severo Laleo