mercoledì 8 marzo 2017

Una donna dovrebbe guidare l'Italia?



"Ora una donna dovrebbe guidare l'Italia"
si legge in un titolo de lastampa.it
quasi a sintesi di un sondaggio per La Stampa dell’Istituto Piepoli.
Oddio, l'auspicio appare desiderabile, e molto,
solo a pesare le "virtù" di quasi tutti i leader (maschi alfa)
di qualsivoglia parte di questa travagliata repubblica
a partire dalla "discesa in campo" di Silvio
(i leader, si sa, amano essere acclamati per nome).
Ma una guida di donna non può di per sé cambiare il sistema.

E sarà anche vero, secondo il sondaggio,
che "i cittadini italiani esprimono la loro convinzione
che più donne alla guida del Paese garantirebbero maggiore spazio
per le politiche giovanili, più attenzione per le politiche
di conciliazione, per il contrasto alla povertà e alle discriminazioni,
più vicinanza ai bisogni di tutti.E ancora, che “nel 70 per cento
dei casi gli italiani affermano che voterebbero per un movimento
con leader donna e una maggioranza di dirigenti donne."
Ma anche questo non risolve i nostri guai.

Il problema guaio è il monocratismo e la sua conseguente struttura
di lotta politica, ispirata ancora alla lotta primordiale
tra maschi alfa: non è cambiato niente fino a oggi,
anche a leggere Panebianco!
E' la figura del leader monocratico, uomo o donna che sia,
a non funzionare, perché la logica del "duello" non è una scelta
di civiltà, ma un residuo della pratica del branco.
Se riusciamo a trasformare/superare il monocratismo di sempre,
adottando per il futuro strutture di potere duale, di coppia,
un uomo e una donna sempre, forse le proposte di decisione,
vagliate in organismi di gestione a perfetta parità uomini-donne,
potrebbero acquistare un più di civilizzazione.
O no?

Severo Laleo

domenica 26 febbraio 2017

Myrta Merlino, Liliana Cavani, Livia Turco, Claudia Mancina e Violante


Myrta Merlino, Liliana Cavani, Livia Turco, Claudia Mancina e Violante

I ruvidi contrasti all’interno del Pd, fino alla definitiva scissione, hanno aperto,
a leggere i duri giudizi di alcune osservatrici, anche una nuova questione femminile:
Myrta Merlino, su HP, non riesce a spiegarsi le ragioni del silenzio (rumoroso)
delle donne del Pd e nota sorpresa la dirigente Serracchiani silenziosa e cupa
assistere al dramma (si fa per dire!) della separazione.
La scomparsa della voce femminile, pur forte e robusta, in un momento
di così grave crisi, appare quindi quanto meno strana e genera una serie
di osservazioni anche pesanti: “Il Pd è tornato un pollaio popolato
di soli galli. Il che, notoriamente, non porta fortuna. Questo eccesso
di testosterone non facilita il confronto” scrive Merlino. E cita, a sostegno,
sia Liliana Cavani: “Il Pd sembra un partito di uomini, con aspiranti
leader solo uomini. Quella delle donne è una visione politica in genere
più sottile e globale. Invece emerge uno dei gravi problemi di una sinistra
di vari capetti che ignorano l'esistenza e l'intelligenza delle donne.
È come se un motore funzionasse a metà."; sia Livia Turco:
"al prendersi cura del partito in questi anni si è sostituita l'ipertrofia
dell'io maschile che ha massacrato le relazioni umane".
Ma Claudia Mancina, scrivendo al Corriere, rifiuta l’idea di una voce collettiva
delle donne e lamenta al contrario la mancanza di una leadership al femminile.
E scrive: “La politica è battaglia, è decisione, è capacità di mettersi a rischio.
Se dalle donne ci aspettiamo che si muovano come un gruppo, sarà difficile
che sviluppino queste qualità. E non saranno mai leader; al massimo seconde,
vice, come propone Violante a Orlando, nel caso che questi scelga di candidarsi.
Io non voglio più donne che facciano da vice a qualcuno. Voglio donne
che siano prime, che siano leader, come ce ne sono tante negli altri paesi.
Voglio donne ambiziose, che abbiano voglia di competere per le posizioni
più alte, non per partecipare ma per vincere.”.

In verità Luciano Violante non parla di vice, ma svolge un pensiero desiderio
nei confronti di Orlando, aspirante segretario del Pd, il desiderio cioè di vedere
la candidatura di Orlando affiancata da una candidatura femminile.
Non sono note le ragioni del pensiero desiderio di Violante, e forse non sono
solo strumentali per la campagna elettorale; nel pensiero desiderio di Violante,
in quel suo pronunciare il verbo affiancare e in quel suo dire candidatura femminile
forse c’è anche altro.
Non c’è il richiamo al “gruppo donne” del Pd di rompere il silenzio e diventare
partecipi del dramma, non c’è l’invito alle donne di diventare prime, leader
e ambiziose, c’è qualcosa di più, c’è un’idea di una leadership di coppia, di un uomo e di una donna alla pari, contro l’ipertrofia dell’io maschile, contro la prepotenza
violenta del Maschio Alfa.
Chissà, forse anche Violante si schiera con il bicratismo, riconoscendo
nel monocratismo l’esito strutturale del maschilismo atavico. Anche perché
con Trump si è toccato il fondo.
O no?
Severo Laleo




sabato 11 febbraio 2017

Il Maschio Alfa Trump, le Stelle di Salemme e la fine del monocratismo




Negli ultimi decenni, un po’ in giro per il mondo, Italia non esclusa,
la Politica è stata appannaggio di leader cosiddetti forti, capaci di attirare
la simpatia del popolo con la roboante narrazione di saper/voler cambiare
il mondo: insieme, leader e popolo, all’unisono. Ma era un inganno.
E a molti, spesso dall’animo semplice, ma attenti all’essenza del vivere
civile, era già chiaro.
Eppure ancora oggi, specie con l’arrivo imprevisto di Trump,
anche in Europa, si continua a chiedere, con nuova veemenza, il Leader Forte,
un nuovo Maschio Alfa, a sicura guida di una tribù (non importa se poi
a reggere il Potere della tribù sarà per un caso una Donna, tanto la struttura
del Potere, nel suo monocratismo, resta qual è, cioè l’esito di un’antica
pratica di lotta tra maschi, tutta dentro una tradizione, pur a tratti nobile,
di maschilismo, anche se oggi in via di accerchiamento).
Ma inseguire in Europa, oggi, il Leader Forte è un inganno grosso,
insensato, perché al contrario c’è un bisogno diffuso di nuova comunità,
di nuova saggezza politica, a responsabilità corale. Ma tant’è!

“‘E femmene so comme ‘e stelle si te pierde li ‘a guardà” scrive Salemme
in una sua dolcissima canzone; per Salemme -e non sbaglia- le donne sono
un punto di riferimento necessario per ogni uomo, specie se/quando “si perde”,
e, da innamorato naturalmente, aggiunge “una ‘e lloro è ‘a stella mia
pecchè quanno ‘a notte è scura e stu core s’appaura
pare comme si ‘a sentesse ca me dice aiza ‘a capa,
sient’ addore guarda ‘ncielo e staje sicuro tanto io stongo sempe ccà”.

Trump sembra non avere -in realtà nessuno conosce l’animo umano-
una “Stellada guardare, anzi pare proprio il contrario; cioè anche
la sua Stella ruota intorno a Lui, il Maschio Alfa per eccellenza.
La sua solitudine appare totale. E per questo per tutti è un pericolo.
E intorno a lui tanti Maschi d’affari. E già, i Maschi controllano ancora
pienamente il potere economico, e nel campo del potere economico
esercitano la più dura dittatura, il più convinto monocratismo:
la presenza femminile è residuale.
Trump, da Maschio uso al potere economico, non abituato in quel mondo
a “guardare” una sua Stella, diventato Presidente della più grande
democrazia moderna, istintivamente coltiva l’illusione
di poter continuare da solo a comandare. Maschio solo al comando!
Sarà possibile?
Chissà, forse sarà grazie al Maschio Alfa Trump se la democrazia
più grande del mondo imparerà a conoscere la fallacia del monocratismo
e proverà a chiamare, per reggere le sorti del governo (e non solo),
non più un Amministratore Delegato, un monocrate,
ma una coppia, un uomo e una donna, per una Presidenza duale.
O no?
Severo Laleo


lunedì 23 gennaio 2017

Faust, Margherita e la marcia delle donne



Oggi, 23 Gennaio 2017, nel giorno di S. Emerenziana, martire, 
giovane vergine lapidata, al Teatro dell'Opera, a Firenze, è in scena il Faust 
di Gounod. Protagonista dell'opera non è il Faust, né Mefistofele
protagonista è Margherita, una giovane “casta e pura” insidiata 
da un vecchio Faust voglioso di piaceri d'amore e da un diavolo godereccio.
La giovane Margherita, oggetto di voglia maschile, grazie al diavolo, 
cade nella “colpa”, viene abbandonata, e sola, con il figlio della “colpa”, 
si trova esclusa dalla società e diventa “vergogna”, degna di maledizione, 
anche per il fratello, ucciso in duello dal suo amante “indiavolato”; 
alla fine, disperata e folle, uccide il figlio ed è condannata a morte
(un femminicidio a più mani!), ma dinanzi alla morte non cede al “diavolo”, 
e vola in cielo. Già, in cielo!
Intanto il maschio Faust, inseguendo le sue voglie, ha rovinato per sempre 
la giovane Margherita, intento soltanto a realizzare il suo “nobile” Ego, 
del tutto incapace di rispettare la persona Margherita nella sua dignità/libertà 
di donna. Già, donna!
Ma a Washington, donne, tante donne, tantissime donne, hanno marciato 
insieme, presenti anche gli uomini, in qualità di semplici alleati, per tener viva 
e rinvigorire una sola idea: il rispetto della dignità/libertà della persona umana 
in ogni sua condizione, senza esclusioni di sorta; per il sessimo, per il razzismo 
e per l'omofobia non può esserci spazio: “Sexist, racist and anti-gay, 
Donald Trump go away”. Non è consentito ad alcun Faust, con o senza sortilegi 
infernali, di torturare/rovinare per sempre una qualche Margherita.
Già, Margherita! 
Sembra esistere solo per consentire a Faust di redimersi. Al centro è dunque 
sempre il Maschio, da solo, con tutta la sua ansia di realizzazione 
in Dominio/Potenza. Questa immagine di dominio/potenza resiste nella storia 
fino ai nostri giorni. Anche nelle istituzioni.
Trump, esaltando nelle parole e nell'agire il senso del dominar maschile, ottiene
la vittoria e suscita di contro spontanea un'ondata di protesta ampia e variegata.
Persino Theresa May, prossima a incontrare Donald Trump, dichiara,
ed è convinta, in qualità di Premier donna, di testimoniare con la sua presenza 
il ruolo delle donne nel mondo”. Già, il ruolo delle donne!
Ma se la struttura istituzionale del Potere continua ad essere chiusa 
nel monocratismo, in quel monocratismo figlio obbligato della lotta primordiale 
per il dominio tra maschi, è senza dubbio molto riduttivo aspirare a testimoniare, 
quasi casualmente, il ruolo delle donne attraverso una conquistata carica 
di Premier, comunque ancora e sempre monocratica, cioè intrisa di quella originaria 
violenza, nonostante il cambiamento delle forme, del “duello” per la supremazia 
di un Capo. Non basta testimoniare, è tempo di “rivoluzionare”.
Forse questa grande marcia delle donne, nel suo reclamare il rispetto 
per ogni diversità, e nel contrastare ogni forma di sessimo, apre una strada 
a una organizzazione del Potere non più da affidare a una sola persona, 
a un monocrate, uomo o donna che sia, ma a una coppia
a un uomo e a una donna insieme, a limitare ogni Ego.
Per i diritti di tutte/i.
O no?
Severo Laleo


venerdì 9 dicembre 2016

Un “nuovo” segno dei tempi: D’Alimonte, la scienza e l’ideologia





Roberto D’Alimonte e Vincenzo Emanuele, due scienziati 
della Politica, visto il risultato elettorale del referendum, 
scrivono un articolomolto interessante pieno di dati 
e di valutazioni. Ogni valutazione è giustificata dall’analisi 
dei dati. Un articolo utile da leggere e da commentare.
Eppure un lettore sereno non immaginerebbe, 
dopo aver seguito con interesse la sequenza dei dati, 
la conclusione degli autori scienziati. Eccola, per chiarezza 
(da notare il passaggio lessicale, in crescendo,
da Pd a Premier a Renzi) la lucida conclusione dell’analisi scientifica dei dati: “In conclusione, con il senno di poi 
si può dire che questo è stato un referendum che difficilmente 
il Pd poteva vincere. Troppi fattori hanno giocato 
contro il premier. Ma resta il fatto che 13 milioni di voti 
sono tanti. E da qui può ripartire la sfida di Renzi”.
Non è possibile! Se la scienza della Politica, dopo aver snocciolato
dati e, aver tra le righe, compreso, volenti o nolenti, il gran disagio
delle periferie e dei disoccupati, si preoccupa, prendendo parte malamente, di concedere un trampolino di lancio “per far ripartire la sfida di Renzi”. In verità non si tratta più di una sfida, la sfida 
è stata già consumata. Per il prof. Scapece, semplice osservatore, ma attento lettore dei fatti, si tratta al contrario solo di puro azzardo. Forse questo tipo di scienza della Politica è davvero 
un segno di questi tempi “nuovi”.
O no?
 
Severo Laleo

lunedì 5 dicembre 2016

Il leader solo, Agnese e la “nuova” Politica



E’ tarda serata. Il Leader è solo davanti al suo palco.
E continua a parlare da Leader, proprio nel giorno nel quale si celebra,
senza ombra di dubbio, la sconfitta (non si illudano gli altri Leader!)
del leaderismo italiano, inventato, all’improvviso, grazie a un vuoto della Politica,
nel centrodestra, da Berlusconi,  e ora, appunto, condotto a termine,
nel centrosinistra, da Renzi. Insieme, Berlusconi e Renzi,
cumulando sulla propria persona di “Capo” ogni “attenzione
hanno introdotto nella politica la categoria dell’amore/odio
per il Capo. E la parola “capo”, nel suo antico significato,
ha trovato persino la sua spendibilità linguistica, non a caso,
proprio nell’Italicum (art. 2, comma 8).  
Il senso diventa: o con me o contro di me, la negazione, 
cioè, nel profondo, dell’agire politico in sé.
E, per imitazione del berlusconismo, durante tutti questi anni,
si è visto un pullular di leader dappertutto, in ogni forza (si fa per dire!)
politica, purtroppo anche a sinistra, nella sinistra delle “persone”.
Il 4 dicembre segna la fine definitiva di un ciclo.

E’ possibile, ed è necessario, cambiare, perché il cambiamento
ha ora una sua data di inizio. E’ davanti a noi, e, soprattutto, nasce dal basso.
E contiene, è vero, insieme ad altre strumentali ragioni, a volte indifendibili,
il segno forte di un attaccamento sincero alla Costituzione del 1948,
a prescindere da vecchi e nuovi leader. Nella cabina conta solo 
la propria coscienza e non l'apparteneza a un leader. 
L'amore per la libertà è più diffuso di quanto si immagina.
Il cambiamento è costruire una comunità a sovranità conviviale,
una democrazia tra pari, in dialogo continuo tra le parti,
nel rispetto di una cultura del limite, con una leadrship di servizio 
e di coordinamento, precondizioni fondamentali per garantire il dovere 
di deliberare. L’impegno è di gran fatica e non tollera scorciatoie.
E non può essere affidato a una persona sola e a un solo sentire.
E in più il campo è pieno di faccendieri, sempre attivi.
Basta con schiere di sudditi plaudenti. E molto interessati.
In Campania, al De Luca delle fritture, il 68% delle persone ha detto
un No di “cambiamento”, a difesa di libertà e dignità.
E dignità e libertà passano per un lavoro non precario,
per un’occupazione piena, per un reddito sicuro per ogni persona
(e la sinistra ha una lunga storia, ora muta, a questo riguardo),
per un sistema fiscale adatto a una più equa redistribuzione di reddito,
per un sistema di regole per l’estensione della democrazia,
per un sistema sociale inclusivo, di cura e di sostegno,
per una scuola democratica già nella sua organizzazione,
per un investimento importante nella ricerca da aprire largamente
a persone giovani con reali prospettive di vita,
per un sistema di regole, infine, per la parità piena, senza quote,
di uomini e donne in ogni sede di decisione pubblica.

Il Leader è solo davanti al suo palco e apre il suo discorso alle dimissioni,
ancora reclamando, commosso, con enfasi, una sua personale diversità.
Una diversità non del tutto vera, se appena si guarda,
con una qualche attenzione ai dati, alla storia dei Governi in Italia.
Pienamente vera, al contrario, appare la sua personale soddisfazione
per leggi non note al grande pubblico, ma socialmente incisive
nel cammino della civilizzazione di un Paese. E ha ragione.

Eppure, proprio il leader-solo-al-comando esce di scena
aprendo con i suoi atti un nuovo ciclo politico. Almeno a chi sa intendere.
Il suo uscire dalla scena pubblica è  un entrare, con un abbraccio alla sua donna,
nella sfera del privato, dell’accoglienza pronta e piena,
è un passaggio dall’arroganza del comando, alla condivisione dell’amore,
dal palco del leader solitario, al rifugio di una condivisione d’affetti,
in un rapporto alla pari con la persona del suo mondo reale,
e finalmente, almeno nel privato, l’Io diventa un Noi.
Ora se anche i decisionisti dinamici tengono e curano il proprio rifugio,
e comprendono la parità della relazione, e la sua necessità,
qualche insegnamento in Politica si può ricavare, specie se la Politica 
è ancora relazione corretta tra persone e non rottamazione.
Non è forse l’essenza della Politica il garantire un “rifugio
a chi ne ha bisogno, chiunque sia, dovunque si trovi?

La scena è davanti a tutti.
In un angolo Agnese (e chiedo scusa se sembro usare il nome
con una confidenza indebita, ma qui Agnese è un simbolo),
silente e serena, con un suo sorriso tenue di dignità,
disegna, nella sua presenza/espressione, l’immagine della civiltà,
del grado di maturità di un processo di civilizzazione,
fuori da ogni campo di battaglia, e di pretesa di vittoria,
e, insieme, disegna il superamento definitivo del monocratismo,
dell’uomo solo al comando, del leaderismo maschio,
in nome di un’altra Politica, senza muscoli e senza l’ossessione
della vittoria. Perché alla fine la fragilità è per tutti.

Il Paese non cambierà se inseguirà un nuovo Capo,
il Paese cambia davvero se crescerà insieme nella responsabilità
imparando liberamente a “contare” sempre più nell’esercizio
del dialogo democratico. Meno capi e più scuola, più istruzione,
più educazione e, perché no?,  una “patente” con severo esame,
per amministratori pubblici. Guidare un Paese è più importante
di guidare un’auto. Forse il nuovo ciclo politico per una democrazia tra pari
avrà il volto/monito civilissimo di Agnese.
O no?

Severo Laleo

sabato 3 dicembre 2016

Calabresi, le macerie e i populismi isterici

Gentilissimo Direttore Calabresi,
pur apparendo Lei, a mio parere, in ogni occasione, persona educata, garbata,
quasi mai di parte (almeno non faziosa), ascoltabile con serenità,
con l’editoriale di oggi, pur insieme a una veritiera condivisibile analisi
sulle macerie della sinistra (anche se da analista, per capire un futuro
di concordia, avrebbe potuto aggiungere qualche parola sull’origine
di tanta determinata, rozza e amara rottura), Lei, ripeto, con l’editoriale di oggi,
butta all’aria, a mio leggere, la sua garbata educazione,  la sua “neutralità
di mestiere (la persona non è mai “neutrale”) e soprattutto la sua
ascoltabilità” serena.

D’accordo, dunque, sulle macerie della sinistra e sulla sua dispersione,
sul suo smarrimento. Ma quali le ragioni?
Se si è persa la coesione sociale e la capacità di progettare il futuro 
non è per un destino cinico e baro; è stata, da ultimo, la conseguenza di una scelta
politica di rottura chiara fin dall’inizio (il riferimento è alla galassia del centro
sinistra). Vede, gentilissimo direttore, quando un aspirante al Potere 
guarda le altre “persone” (so che dà al termine persona il suo pregno 
significato filosofico e giuridico), sia pure avversari, sotto la luce 
della “rottamazione” e dell’”asfaltatura”, non c’è da essere sereni (infatti!).
E la stampa, a suo modo, lodò questo approccio in qualche modo violento 
e populista al Potere. E non solo la stampa: la lode giunse anche da tanti delusi, 
giustamente, di una politica fuor di senno, lontana dai problemi reali delle persone.
Ma chi ama rottamare e asfaltare (non parlo di Renzi, la “persona” 
Renzi non c’entra, c’entra la “Politica”) per il bene pubblico è una rovina, 
è la perdita del dialogo legittimante, è un cedere alla forza, sino ad alimentare 
un’idea di “eliminazione” politica. Anche con "imboscate" (ma Prodi perdona!)
A rovinare la campagna elettorale non è stata quindi la materia del bicameralismo 
(non bisogna aspettare tempo per veder bene), ma proprio il carico aggiunto 
di “significati altri”; ed è qui che bisogna fermarsi e esercitare il pensiero 
critico per capire il perché di una divisione di una comunità, della freddezza triste 
tra amici, di discussioni antipaticamente litigiose in famiglia. E l’estensione 
dell’analisi è utile, specie se si crede nella possibilità di ricucire il Paese, 
soprattutto con l’obiettivo di evitare che l'idea stessa di futuro possa essere 
declinata in nome di un interesse personale e mai al plurale”.
E fin qui, gentilissimo direttore, la sua ascoltabilità è garantita, parzialmente 
condivisibile ma ancora serena. Eppure all’improvviso il suo tono cambia, non è più
di analisi, ma diventa quasi di invettiva e il suo garbo e la sua neutralità vanno
in pezzi. E scrive, dimenticando le “persone” in carne ed ossa, di “retorica 
della resa dei conti, dei tavoli da rovesciare, dei palazzi da abbattere” 
che “ha annebbiato le menti e conquistato le viscere. Una retorica che 
andrebbe respinta con fermezza, con razionalità e con cui non è possibile 
flirtare, anche perché è una bestia (sic!) che non si fa addomesticare 
ma sbrana (sic!) chi prova a giocarci”. 
Direttore!
E continua: “Se a sinistra non si mette mano a tutto questo, il rischio 
è di consegnare l'Italia alla sfida tra due populismi, uno più propriamente 
di destra - con la scommessa di Matteo Salvini di conquistare l'intero 
campo conservatore grazie alle primarie - e uno post ideologico 
rappresentato dal movimento di Beppe Grillo. Due populismi isterici (sic!)…”
Anche qui forse avrà qualche ragione di preoccupazione, perché la diffusa rabbia 
è cattiva consigliera, ma dimentica che in Italia i populismi sono tre:
il primo, di governo, praticato per tre anni da una maggioranza non nata 
da una scelta democratica del popolo, insegue la buona amministrazione 
alla De Luca;
il secondo, per ora urlato dalla Lega, con gravi atteggiamenti contraddittori 
contro l’idea universale di “persona” per proteggere altre “persone” 
sulla base di un territorio, insegue la chiusura della sicurezza;
il terzo, irridente nelle piazze con il vaffa, ha generato a Torino 
l’Appendino e a Roma la Raggi (e non sembrano per ora “sbranare” nessuno).

Perché una società possa “tenere” in termini di coesione sociale e di rispetto
reciproco tra persone, il dialogo deve essere tra tutti, perché, per usare 
le parole di Guido Calogero,  “l´unità della democrazia è l´unità degli uomini 
che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda 
e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze.”

Per questo non perda la sua “neutralità” di mestiere con ritenere 
il SI preferibile al NO, solo perché il NO, ammonisce, “se lo intesterà tutto Grillo,
pronto a lanciare la sua sfida finale al Pd, e non ci si illuda che possa essere
un momento catartico di rifondazione di una nuova sinistra ideale”.
Forse, gentilissimo direttore, la democrazia è l’essenza di questa sfida 
(sempre se nel rispetto di una cultura del limite nonviolenta).
O no?
Severo Laleo

giovedì 1 dicembre 2016

“Nuova” democrazia: l’elìte dei pochi non gradisce il clic dei molti



La stampa online riporta queste parole di Giorgio Napolitano:
In questo momento storico abbiamo bisogno di alta professionalità 
e non di scegliere persone e dettare gli indirizzi attraverso un clic...
Non capisco come si possa abbracciare questo pseudometodo 
di coinvolgimento popolare. Bisogna reagire a questa ondata 
semplificatrice e in sostanza mistificatrice: non esiste politica 
senza professionalità come non esiste mondo senza elìte”.
Pensiero chiarissimo. E anche il riferimento, sempre irrispettoso, 
soprattutto con quel parlare di mistificazione.
E spiega infine il perché del suo convinto e partecipe e paterno SI
al referendum. Per Napolitano con il SI al referendum finalmente
il sistema politico italiano avrà più facili, e senza troppi ostacoli/orpelli,
modalità per chiamare all’opera (di governo) persone di alta professionalità
e così il nostro piccolo mondo (sociale) potrà riconoscere la sua elìte!
Il prof. Scopece, so con certezza, pur essendo stato con il Giorgio nel PCI,
non sarebbe d’accordo con l’ex Presidente Napolitano. 
Il prof. Scopece è convinto, sin da tempi insospettabili,
e prima dell’irrompere del M5S, che per le decisioni pubbliche
uno vale uno” (essenzialmente principio della filosofia personalista:
ogni persona “vale” ed è irripetibile) e addirittura auspica,
per una democrazia senza sospetti e tra pari,
l’introduzione del sorteggio nella scelta delle persone a ruoli
di responsabilità politica, perché solo il sorteggio, insieme alla parità di genere,
è strumento determinante per frenare l’ambizione violenta della corsa
verso l’agguantare il Potere, sempre più oggi nel mondo appannaggio
di personaggi di ben altraprofessionalità”, sempre membri di un’elìte,
ma che con un clic, quasi certamente, non sarebbero mai passati.

Forse  Giorgio Napolitano con le sue chiarissime parole,
si fa per scherzare, dai, ha voluto  rendere omaggio a un famoso
Marchese del cinema italiano, esprimendo con parole eleganti
(ogni mondo ha la sua elìte) la sua continuità con il pensiero politico
del Marchese del Grillo. E tutto torna.
O no?

Severo Laleo

martedì 29 novembre 2016

Per i NO la democrazia non è “governance”, è dialogo senza esclusioni



Alla fine arriva anche l'endorsement dell'Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico (Ocse) al Sì al referendum. Per l’OCSE, si legge su HP,
"la riforma costituzionale, oggetto di un referendum costituzionale a dicembre,
sarà un passo in avanti nel processo di riforme e rafforzerà la governance politica
ed economica" dell'Italia. Ecco la parola magica, da svelare: governance.
Perfetto. L’OCSE non imbroglia; scrive la verità “la riforma rafforzerà 
la governance”. Ogni parola invia a un’immagine all’apparenza virtuosa:
riforma, rafforzare, governance. Perché non essere d’accordo?
Ma cos’è la governance? Qual è la storia della parola? 
Quali sensi impliciti contiene?

Governance è parola nuova per la lingua italiana. Nasce nel mondo aziendale 
e imprenditoriale, e almeno inizialmente significa “modo di dirigere, conduzione”,
in particolare indica “il metodo e la struttura organizzativa 
con la quale si distribuisce il comando tra i dirigenti di un’impresa (Treccani.it).
Rapidamente, con il passar degli anni, il significato s’allarga all’insieme
dei princìpi, dei modi, delle procedure per la gestione e il governo di società,
enti, istituzioni, o fenomeni complessi, dalle rilevanti ricadute sociali”.
Niente di più. Tutto dentro un quadro di riferimento tecnocratico.
Aziendale. Imprenditoriale. Gestionale.
Ma le Costituzioni si scrivono per definire principi, diritti, doveri
e limiti al Potere, per la salvaguardia della piena libertà
di partecipazione/decisione della sovranità di ogni persona,
non per rafforzare la governance.
Ma dove è finita la nostra cultura costituzionale e democratica?
Se si rafforza la governance con la riforma, i SI brindano,
perché credono di aver “semplificato” il governo di un Paese,
perché assimilano/confondono il Paese con un’Azienda,
e chissà, il Premier con l’Amministratore Delegato,
il Consiglio dei Ministri con il Consiglio di Amministrazione
insieme alle sue procedure di rapida decisione in un mondo 
a concorrenza spinta (spietata).
La politica non c’entra. La democrazia, poi! 
Specie se “l´unità della democrazia è l´unità degli uomini che, 
per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi
a vicenda e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni
e delle proprie preferenze.” (Guido Calogero)

Se anche l’OCSE si accontenta ormai del semplice “rafforzamento 
della governance” a scapito della complessità della mediazione politica, 
chi resta a difendere la democrazia e le sue relazioni? Forse solo le persone 
del NO, incorreggibili e testarde nel difendere il processo di estensione 
della partecipazione politica corale nel rispetto non della governance
ma della vita delle persone in carne ed ossa.
O no?

Severo Laleo