sabato 3 dicembre 2016

Calabresi, le macerie e i populismi isterici

Gentilissimo Direttore Calabresi,
pur apparendo Lei, a mio parere, in ogni occasione, persona educata, garbata,
quasi mai di parte (almeno non faziosa), ascoltabile con serenità,
con l’editoriale di oggi, pur insieme a una veritiera condivisibile analisi
sulle macerie della sinistra (anche se da analista, per capire un futuro
di concordia, avrebbe potuto aggiungere qualche parola sull’origine
di tanta determinata, rozza e amara rottura), Lei, ripeto, con l’editoriale di oggi,
butta all’aria, a mio leggere, la sua garbata educazione,  la sua “neutralità
di mestiere (la persona non è mai “neutrale”) e soprattutto la sua
ascoltabilità” serena.

D’accordo, dunque, sulle macerie della sinistra e sulla sua dispersione,
sul suo smarrimento. Ma quali le ragioni?
Se si è persa la coesione sociale e la capacità di progettare il futuro 
non è per un destino cinico e baro; è stata, da ultimo, la conseguenza di una scelta
politica di rottura chiara fin dall’inizio (il riferimento è alla galassia del centro
sinistra). Vede, gentilissimo direttore, quando un aspirante al Potere 
guarda le altre “persone” (so che dà al termine persona il suo pregno 
significato filosofico e giuridico), sia pure avversari, sotto la luce 
della “rottamazione” e dell’”asfaltatura”, non c’è da essere sereni (infatti!).
E la stampa, a suo modo, lodò questo approccio in qualche modo violento 
e populista al Potere. E non solo la stampa: la lode giunse anche da tanti delusi, 
giustamente, di una politica fuor di senno, lontana dai problemi reali delle persone.
Ma chi ama rottamare e asfaltare (non parlo di Renzi, la “persona” 
Renzi non c’entra, c’entra la “Politica”) per il bene pubblico è una rovina, 
è la perdita del dialogo legittimante, è un cedere alla forza, sino ad alimentare 
un’idea di “eliminazione” politica. Anche con "imboscate" (ma Prodi perdona!)
A rovinare la campagna elettorale non è stata quindi la materia del bicameralismo 
(non bisogna aspettare tempo per veder bene), ma proprio il carico aggiunto 
di “significati altri”; ed è qui che bisogna fermarsi e esercitare il pensiero 
critico per capire il perché di una divisione di una comunità, della freddezza triste 
tra amici, di discussioni antipaticamente litigiose in famiglia. E l’estensione 
dell’analisi è utile, specie se si crede nella possibilità di ricucire il Paese, 
soprattutto con l’obiettivo di evitare che l'idea stessa di futuro possa essere 
declinata in nome di un interesse personale e mai al plurale”.
E fin qui, gentilissimo direttore, la sua ascoltabilità è garantita, parzialmente 
condivisibile ma ancora serena. Eppure all’improvviso il suo tono cambia, non è più
di analisi, ma diventa quasi di invettiva e il suo garbo e la sua neutralità vanno
in pezzi. E scrive, dimenticando le “persone” in carne ed ossa, di “retorica 
della resa dei conti, dei tavoli da rovesciare, dei palazzi da abbattere” 
che “ha annebbiato le menti e conquistato le viscere. Una retorica che 
andrebbe respinta con fermezza, con razionalità e con cui non è possibile 
flirtare, anche perché è una bestia (sic!) che non si fa addomesticare 
ma sbrana (sic!) chi prova a giocarci”. 
Direttore!
E continua: “Se a sinistra non si mette mano a tutto questo, il rischio 
è di consegnare l'Italia alla sfida tra due populismi, uno più propriamente 
di destra - con la scommessa di Matteo Salvini di conquistare l'intero 
campo conservatore grazie alle primarie - e uno post ideologico 
rappresentato dal movimento di Beppe Grillo. Due populismi isterici (sic!)…”
Anche qui forse avrà qualche ragione di preoccupazione, perché la diffusa rabbia 
è cattiva consigliera, ma dimentica che in Italia i populismi sono tre:
il primo, di governo, praticato per tre anni da una maggioranza non nata 
da una scelta democratica del popolo, insegue la buona amministrazione 
alla De Luca;
il secondo, per ora urlato dalla Lega, con gravi atteggiamenti contraddittori 
contro l’idea universale di “persona” per proteggere altre “persone” 
sulla base di un territorio, insegue la chiusura della sicurezza;
il terzo, irridente nelle piazze con il vaffa, ha generato a Torino 
l’Appendino e a Roma la Raggi (e non sembrano per ora “sbranare” nessuno).

Perché una società possa “tenere” in termini di coesione sociale e di rispetto
reciproco tra persone, il dialogo deve essere tra tutti, perché, per usare 
le parole di Guido Calogero,  “l´unità della democrazia è l´unità degli uomini 
che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda 
e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze.”

Per questo non perda la sua “neutralità” di mestiere con ritenere 
il SI preferibile al NO, solo perché il NO, ammonisce, “se lo intesterà tutto Grillo,
pronto a lanciare la sua sfida finale al Pd, e non ci si illuda che possa essere
un momento catartico di rifondazione di una nuova sinistra ideale”.
Forse, gentilissimo direttore, la democrazia è l’essenza di questa sfida 
(sempre se nel rispetto di una cultura del limite nonviolenta).
O no?
Severo Laleo

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